Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

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venerdì 11 luglio 2008

Che bella figura!

Siamo di nuovo sulla Volvo di Husni. Gli ammortizzatori cigolano penosamente a ogni curva mentre ci avviamo verso la Corniche. La ringhiera d’acciaio luccica come una sfilata di spade nel tramonto beirutino e la gente comincia ad affollare il lungomare. C’è di tutto: famigliole sui pattini, gay che sculettano impettiti, ipermuscolosi pluritatuati che corrono con l’iPod nelle orecchie. Ma soprattutto ci sono loro: le ragazze di Beirut, tanto belle e consapevoli di esserlo che sembrano calcare ogni passo sui tacchi vertiginosi per sfidare gli anatemi di Hezbollah.
“Questa città è piena di figa” dico in italiano, perché solo Lucio mi capisca.
Ma il mio collega, che evidentemente non è interessato all’argomento, mi rimbrotta un po’ seccato: non è il luogo né il momento.
Ma Husni mi rivolge un sorriso. “Conosco quella parola” ammicca, “state parlando di ragazze”
Che bella figura! Inutile cercare di negare: meglio buttarla sullo scherzo “Io vorrei parlare di ragazze, ma il mio collega preferisce parlare di politica”
Husni fa la faccia un po’ così e sbircia nello specchietto, alla ricerca dello sguardo di Lucio.
“Allora” gli chiede, “vuoi sapere come la penso sulla questione palestinese?”
Lucio sembra preso in contropiede. Si era ripromesso di non invischiarsi in discussioni politiche nel timore di urtare la sensibilità di qualcuno, ma ora è Husni che lo tira dentro e non può sottrarsi. Gli sembrerebbe di fare una scortesia e di offenderlo!
Borbotta qualcosa, ma è Imad, il tesoriere di al Jana, a prendere al volo la parola. Lui crede nella soluzione a due Stati. Non vede l’ora che Olmert e Abu Mazen si mettano d’accordo per decidere i confini e dare all’Anp la dignità di una nazione. Ma Husni lo interrompe. “Sta parlando per sé” ci avverte, “questo non è la mia opinione né quella della maggioranza della popolazione palestinese. Nessuno crede davvero alla soluzione di due Stati in cui uno ha contiguità territoriale e risorse naturali e l’altro è una specie di Bantustan diffuso a macchia di leopardo”
Sono stupito di incontrare un palestinese che non vuole uno stato palestinese. Allora qual è la soluzione? Gli chiedo.
Husni solleva le mani dal volante, ma la vecchia Volvo che pesa due tonnellate e non sa neppure cosa sia un servosterzo va dritta per la sua strada. “Non c’è soluzione. Non ora, almeno” dice, “l’unica cosa che possiamo fare è cessare i colloqui, arrenderci, dichiararci popolazione sotto occupazione e chiedere la protezione delle Nazioni Unite. Voglio vedere come faranno gli israeliani a penderci impunemente a cannonate con i caschi blu di mezzo”. E’ la prima volta che sento suggerire una soluzione simile. Mi suona un po’ assurda, perché non capisco quale popolazione vorrebbe vivere per decenni sotto occupazione. Ma in realtà i palestinesi lo fanno già, sia a Gaza che in Cisgiordania, ma anche nei campi profughi più disastrati di Tripoli e Beirut. “Già” interviene indignato Imad, “e poi?”. “E poi diamo tempo all’arma più formidabile in nostro possesso” aggiunge Husni, “la bomba demografica”.
Nella Volvo si fa silenzio. Per me che vengo da un Paese a crescita zero, un’espressione come bomba demografica suona minacciosa. Anche in bocca a una persona palesemente pacifica, tollerante e aperta come Husni. E mi trovo a pensare alle minoranze che stanno crescendo in Italia; ai cinesi, ai rumeni, ai magrebini. Li ho sempre visti come una risorsa, un’opportunità per un Paese altrimenti destinato all’estinzione. Ho sempre pensato che presto o tardi anche loro avrebbero finito per sentirsi più italiani che romeni, cinesi o marocchini. Ma ora mi sfiora il pensiero che in realtà si considerino altro e basta. Una bomba demografica che aspetta il momento di esplodere. Ci penso e nulla mi sembra più tanto facile: né essere italiano, né essere straniero.
Meglio tornare a guardare oltre il finestrino, lungo la Corniche. Dove le libanesi fanno ondeggiare altezzose le loro chiome corvine.

domenica 6 luglio 2008

Il Caffè degli Specchi e le magie di Beirut

Non ricordo più quale autore diceva che quando nella nostra vita si verifica una coincidenza è come se un angelo infilasse un piede nel flusso del nostro tempo. E' un'immagine che può sembrare molto romantica, ma che io preferisco considerare magica, come magiche sono alcune coincidenze.
Come posso non considerare magica la coincidenza al Caffè degli Specchi di Beirut?
Abbiamo camminato per tutta la mattina sotto un solo impietoso. Dal quartiere palestinese di Cola fino a Piazza dei Martiri e da lì a Jemmayze: un percorso senza un albero con solo i cavalli di frisia e i newjersey a interrompere il lungo asse che attraversa la città.
Il quartiere cristiano che si apre poco dopo l'immensa spianata dove un milione di persone ha pianto la morte di Rafiq Hariri sembra un altro mondo rispetto all'isola pedonale delle banche e delle terme romane che la sera si anima di una miriade di minigonne e magliette attillate che passano da bar all'altro. Non conosco la Beirut di prima della guerra civile, ma Jemmayze porta con sé quella che nell'immaginario collettivo è la città che fu.
Ho assillato i miei compagni di viaggio con le citazioni prese da un libro uscito appena prima della nostra partenza. Mi è sembrato un segno del destino: ho letto della presentazione di Beirut, Libano di Riccardo Cristiano e sono andato a comprarlo. Ho iniziato a leggerlo in aereo e con quelle poche pagine mi è sembrato di essere diventare un esperto. Riferisco le parole delle canzoni citate nel libro, illustro la storia di quel quartiere o di quell'altra strada; della moschea blu voluta da Hariri dopo le proteste di alcuni esaltati predicatori musulmani.
In ogni angolo di strada è un continuo citare: "come scrive Cristiano..."
Dopo qualche decina di metri lungo l'asse principale di Jemmayze siamo vinti dalla sete e dalla stanchezza. Molti locali ci ammiccano con le loro atmosfere cool, ma noi siamo alla ricerca di qualcosa di autenticamente ottomano. O che perlomeno gli assomigli. Siamo stufi dei ristoranti occidentali in cui ci portano gli italiani che probabilmente ne hanno le scatole piene di hummus e kebab.
Finalmente sul marciapiede opposto si aprono le vetrate di un caffè indiscutibilmente tradizionale. E a me pare di riconoscerlo.
"Sembra il Caffè degli Specchi descritto nel libro di..."
"E basta con questo Cristiano" sbottano i miei compagni "che palle!"
Chiudo il becco, ma nessuno ha dubbi che questo sia il locale giusto. Una volta dentro il nome sulle tovagliette mi delude. Non è il Caffè degli Specchi, ma il Caffè Jemmayze: un nome così banale da risultare sospetto. E poi è semivuoto: cosa ancora più sospetta.
Gli unici clienti sono un gruppetto di tre a un tavolino bagnato dal sole e sei vecchietti che scherzano a gran voce con quello che ha l'aria di essere il proprietario del locale. E che, non appena ci vede entrare, si è fa avanti con il sorriso levantino che ho imparato a riconoscere sul viso dei beirutini. Scegliamo pure dove sederci, ci ha dice. E io non ho esitazioni: un tavolo appena un po' in ombra, ma a filo di una delle grandi vetrate affacciata su un vicolo tranquillo.
Solo ora mi accorgo che i tre seduti poco distante parlano italiano e decido di chiedere a loro. Due donne e un uomo. Una delle donne mi (ri)conosce: è una collega di Sky con cui ho fatto un paio di missioni. Io, che non riconosco neppure mia sorella se sto due giorni senza vederla, faccio un'altra delle mie figuracce. Cerco di rimediare buttandomi subito sull'appello per un consiglio: "Com'è questo posto?" chiedo.
Ci risponde l'uomo. "A me piace molto" dice, "io ci vengo spesso". E già per questo si merita la mia stima: non è uno di quegli italiani sbruffoni che all'estero sono pronti a giurare sulla propria madre che quello in cui vanno loro è il posto migliore di tutta la città/paese/pianeta.
Vada per il Caffè Jemmayze. Ordiniamo dell'ottimo hummus e un kebab come non ne mangiavo da anni. Intingo il pane nella ciotola dell'hummus senza ritegno, lasciandomi sfuggire versi di soddisfazione. E mi scolo due limonate da un bicchiere grosso come una caraffa.
Sono al settimo cielo. Ma è ora di tornare a Cola e la strada e lunga.
Prima di uscire mi fermo a salutare l'italico terzetto e tendo la mano all'uomo, al quale non mi sono ancora presentato.
"Sono Riccardo Cristiano" si presenta a sua volta.
Sono senza parole.
E anche i miei compagni restano a bocca aperta.
Se l'autore del libro con il quale gli ho frantumato gli zebedei è lì mentre tutti lo crediamo a Roma, allora quello in cui siamo è...
"Il Caffè degli Specchi" conferma Cristiano, "solo che il nome arabo era troppo complicato e allora l'hanno cambiato in Caffè Jemmayze. Ma per il resto è tutto uguale"
Allora è qui che ha intervistato Samir Kassir, il giornalista saltato su una bomba che qualcuno aveva piazzato sotto il sedile della sua Alfa.
"Proprio lì, al tavolino al quale eravate seduti voi" risponde indicando il tavolo appena un po' in ombra, ma a filo di una vetrata affacciata su un vicolo tranquillo.
Le coincidenze di Beirut.
O forse le sue magie.

venerdì 27 giugno 2008

Funerale alla libanese

E’ stato un peccato aver conosciuto Husni Zeina così tardi. Per descrivere l’intelligenza e l’ironia del comandante in capo di Al-Jana servirebbe un post a sé e state certi che lo farò. Nelle poche ore che abbiamo trascorso con lui ho avuto un assaggio di quella che è una delle tante anime di Beirut, forse la più disastrata e sconnessa: l’anima palestinese.
Ci ha proposto di andare a bere una cosa in riva al mare per fare un primo bilancio della nostra esperienza. Siamo saliti sulla sua Volvo bianca che ha almeno 20 anni e puzza di benzina come un’autocisterna, ma ha l’aria condizionata funzionante. Io e lui davanti; Lucio, Hana e Imad Shouli, l’amministratore di Al-Jana (un uomo dall’aria paciosa che non abbandona mai il suo masbaha, il rosario islamico) dietro. Mi ha guardato e ha sorriso. “Se fossimo nel sud penserebbero che siamo Hezbollah” ha detto. Perché? “Perché abbiamo la barba e guidiamo una Volvo”. Buono a sapersi.
Abbiamo fatto una breve sosta in un campo profughi palestinese. “Uno dei meno disastrati” ha tenuto a specificare Husni mentre percorrevamo a piedi vicoli così stretti da lasciar passare una persona sola. Abbiamo visitato una mostra mercato di opere d’arte di bambini seguiti da un’altra Ong. Ho colto qualche battuta che mi ha lasciato intendere che anche tra le Ong palestinesi – come tra quelle italiane – ci si dispensa sorrisi e buone intenzioni, ma non si esita a ringhiare se qualcuno mette piede nel terreno di qualcun altro.
Ci eravamo appena rimessi in marcia verso il nostro aperitivo alla libanese, quando Husni ci ha annunciato che avremmo fatto un’altra breve deviazione. “Dobbiamo andare a un funerale” ha detto. Usando il plurale.
Quando gli ho visto puntare il muso della Volvo verso l’ingresso del Movenpick, ho pensato che doveva aver cambiato idea. Ha affidato la macchina al valet service (che non ha fatto una piega anche se l’auto davanti alla nostra era una Mercedes nuova di zecca e quella dietro una cabrio da lungomare di Santa Monica) e ci ha condotto attraverso l’atrio di quello che è uno degli alberghi più lussuosi di Beirut. Ha chiesto al concierge che lo ha indirizzato verso una piccola sala.
Lì un suo amico piangeva la morte della madre. Due file di sedie, vassoi di dolci alla mandorla e un leggio per chi, dandosi il cambio senza interruzioni, deve leggere il Corano. Tre baci sulle guance che contraddistinguono il saluto beirutino; una vigorosa stretta di mano; alcune sure lette ad alta voce e poi di nuovo i saluti.
Le porte dell’ascensore si sono aperte nella lobby. In un mano avevamo la copia del Corano che la famiglia del defunto regala agli amici, negli occhi il sole che affondava nel Mediterraneo.
Il tramonto di Beirut era pronto a regalarci sollievo da una giornata afosa.