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venerdì 2 luglio 2010

Uomini, scrittori e caporali al Ninfeo dello Strega

Ci sono occasioni in cui bisogna guardare ai dettagli. Dettagli che solo la tv può regalare e che possono svelare molte cose che stando sul posto non si potrebbero cogliere. Se ieri sera fossi stato al Ninfeo invece che a casa, mi sarei perso alcune piccole cose rivelatrici del carattere dei finalisti dell'edizione 2010 del Premio Strega. Il vincitore, innanzitutto. Antonio Pennacchi mi sta davvero simpatico, perché rappresenta quella romanità genuina che sono alcuni romani d'adozione riescono a coltivare e maturare. Ho letto degli estratti del suo 'Canale Mussolini' e sono convinto che deve essere un buon libro, tanto che la mia prossima puntata in biblioteca sarà per consegnare Nicolai Linin e ritirare il suo. Però non bisogna confondere le qualità dello scrittore con le qualità dell'uomo. Non svelo nessun mistero se dico che spesso ottimi scrittori sono uomini discutibili. E devo dire che ieri qualche perplessità me l'ha suscitata una battuta di Pennacchi. Una di quelle cose dette quasi senza pensarci, nella convinzione che i microfoni siano spenti o che quello accesso nei paraggi sia abbastanza lontano da non captare parole inopportune. Ieri sera Pennacchi è salito sul palcoscenico del Ninfeo con un bastone perché il mal di schiena gli impediva di muoversi con agilità. Quando i fotografi gli hanno chiesto di salire sul palchetto per essere più visibile, qualcuno lo ha aiutato e lui si è lasciato sfuggire questa battuta: "piano che sennò faccio la fine di mio fratello".
Conoscevo Gianni Pennacchi perché abbiamo fatto alcune missioni insieme. Era un buon giornalista, uno di quelli che non si danno arie e fanno bene il loro lavoro, senza risparmiare consigli ai colleghi meno esperti. E mi ha molto impressionato la fine che Gianni ha fatto. A Natale scorso si è arrampicato su una scala per prendere dal soppalco l'albero sintetico da addobbare, ha perso l'equilibrio, è caduto male e si è provocato una bruttissima emorragia interna che non gli ha lasciato scampo. Una morte stupida, ingiusta, che ha molto colpito tutti noi che lo conoscevamo. Una morte su cui non non avremo mai scherzato. E invece chi ci ha scherzato è stato proprio suo fratello che pure meno di cinque minuti dopo gli ha dedicato lo Strega.
Un altro episodio riguarda il Grande Trombato di questa edizione. Paolo Sorrentino è senza ombra di dubbio uno dei migliori - se non il migliore - regista italiano in circolazione. I suoi film sono stati tutti grandi successi di critica (cosa alla quale i cineasti italiani tengono molto di più che al botteghino) e l'arrivo in cinquina con il romanzo d'esordio sembrava più un capriccio d'autore che una vera pretesa. Eppure lui - l'unico che da una mancata vittoria non aveva da rosicare più di tanto - intervistato da Lamberto Sposini sulla modesta prestazione del suo 'Hanno tutti ragione' tra i 400 amici della domenica, si è lasciato andare a un paio di commenti da rosicone d.o.c. che dovrebbero aver amareggiato i suoi fan meno smaliziati. Roba che neppure la Salma sarebbe riuscito a eguagliare.
Ma la vera grande sconfitta non è Silvia Avallone che - da ragazza intelligente qual è - ha capito bene che il caso Paolo Giordano è l'eccezione e non la regola, ma la Rizzoli che dopo aver speso una barca di quattrini nella promozione di 'Acciaio' e aver schierato al Ninfeo non l'artiglieria pesante, ma l'arsenale nucleare (Cesare Romiti e Paolo Mieli in persona) ha incassato l'ennesimo ceffone a due mani dalla Mondadori. Si parla tanto di strapotere della Mondadori, ma nessuno si domanda se invece non ci sia qualcosa (o qualcuno) di profondamente sbagliato nell'organigramma della Rizzoli. Che per quanto si possa organizzare una massiccia campagna di lancio su un romanzo che a detta di molti è davvero buono (ahimè confesso di non averlo ancora letto) resta una cialtroneria di fondo capace di minare qualunque sforzo. E parlo per esperienza diretta: chi segue questo blog sa che ho una controversia in corso con la Rizzoli per il fatto che ha utilizzato il titolo 'Il Corruttore' per il romanzo di un celebre psichiatra appena sei mesi dopo che il mio 'Il Corruttore' era stato in finale allo Scerbanenco proprio con un altro libro di Rizzoli. Qualcuno non si è neppure preso la briga di andare a controllare su Google: ancora oggi sono la seconda voce nel motore di ricerca e allora ero la prima. Ma ci sarà pure un giudice a Berlino...

1 commento:

Sergio Donato ha detto...

Mi piace pensare che anche la battuta di Antonio Pennacchi faccia parte della sua genuina romanità.
Mio nonno capitolino aveva uscite simili nei confronti di consanguinei perduti.
Ed era proprio il suo amore a renderlo unico dispensatore di quell'ironia amara. Nessun altro avrebbe potuto.