Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

domenica 25 ottobre 2009

La Moratti ha un problema

Non vorrei essere il sindaco di Milano. E a pensarci bene neppure il presidente della provincia o della Regione Lombardia.

Perché dopo aver visitato i cantieri dell'Expo di Shanghai non vorrei essere al posto di chi si troverà a dover competere con quello che questa gente sta mettendo in piedi. E visto il ritmo da bradipo sotto narcotici con cui procedono i preparativi italiani c'è da temere che nel 2015 il risultato sarà una baracconata. Con l'aggravante che questa volta la posta in gioco è molto alta. Nel 2015 sarà ancora ben chiaro il ricordo di Shanghai e se l'Italia vuole dimostrare non solo alla Cina, ma al mondo intero che la forza lavoro a basso costo è una cosa, ma lo stile è tutta un'altra questione, l'Expo di Milano potrebbe essere l'ultima occasione.

sabato 24 ottobre 2009

Scrivere al buio

E' quello che sto facendo: scrivere al buio. Da Shanghai non ho accesso a Blogger, né a Facebook, quindi devo adattarmi a provare questo sistema, rudimentale, ma spero efficace. La città è un'esperienza straordinaria. Mi sarebbe piaciuto allegare qualche foto, ma in queste condizioni è davvero impossibile. Ed è un peccato, perché Shanghai, come Pechino per le Olimpiadi, non si e' soltanto rifatta il trucco per l'Expo 2010: si sta rivoltando come un calzino per presentarsi ancora più moderna e fantascientifica. Libera dai legami di cui in qualche modo soffre la capitale, Shanghai può espandersi in qualunque direzione: in verticale – e l'ha fatto un anno fa con l'apertura del Financial Centre, un enorme apribottiglie che svetta 492 metri sopra la città – e in orizzontale, con un'espansione che segue le bizzarre direttrici disegnate dalle tangenziali.
Se un tempo Shanghai era la città del Bun e dei canali, oggi è la città dei cavalcavia. Corrono dappertutto, in ogni direzione, incrociandosi e intersecandosi e incasinando la vita di milioni di neopatentati che attraversano improvvisamente tutte e cinque le corsie perché si sono accorti
all'ultimo istante che la loro uscita è proprio quella che stanno superando. Sorgono a decine di metri di altezza, si allungano puntando dritto verso un palazzo che tanto avrà vita breve perché qui mica siamo a Napoli dove una tangenziale si ferma davanti a una catapecchia: qua se un edificio è dove non conviene che sia, tanto peggio per lui: le ruspe sono già dietro l'angolo.
Della comitiva vi ho già accennato. Se in un primo tempi mi era sembrata curiosa, ora è addirittura stupefacente. A parlarne sembra di raccontare una di quelle vecchie barzellette: "un italiano, un serbo e un afghano…". Ma la realtà è molto più complessa e merita di essere raccontata con calma…

venerdì 23 ottobre 2009

Una buffa comitiva

Sono in Cina. E' un viaggio bizzarro, organizzato da quel colosso dell'informazione che è Radio China International per premiare chi si è distinto nella promozione della cultura cinese e dello studio della lingua. Ovviamente sono qui per AgiChina24, ma la comitiva e incredibilmente eterogenea. Ci sono un politico ungherese e uno scrittore afghano; un manager francese e un giornalista malese. Per approfittare di ogni momento libero, mi sono riempito l'agenda di appuntamenti per AgiChina. Ognuno di noi è accompagnato da una giornalista di China Radio che parla la lingua.Stiamo partendo per Shanghai e il pullman che ci porta all'aeroporto sembra una specie di Nazioni Unite su ruote. Dobbiamo ancora prendere confidenza. Con questa esperienza, prima ancora che tra di noi.

mercoledì 7 ottobre 2009

Daje al trans!

L'intenzione era di dare una lezione ai due trans che ciondolavano per una strada centrale di Swansea, nel Galles. Cosi' due ventenni sbronzi, Sean Gardner e Jason Fender si sono avventati sulla coppia in hot pants rosa e calze a rete urlando insulti e menando le mani. Ignorando, pero', che le due 'vittime' erano 'cage fighters' che si erano acconciati per una festa in maschera. Così, seppure in tacchi a spillo e reggicalze, i due hanno reagito fuilmineamente all'aggressione e mollato una serie devastante di calci e pugni come prevede il loro sport: un mix di arti marziali senza alcuna regola. In un attimo Gardner e Fender s sono ritrovati per terra sotto una tempesta di colpi e solo quando i due lottatori hanno ritenuto che ne avessero avute abbastanza, Gardner e' riuscito a divincolarsi, ma nella fuga precipitosa e' andato a schiantarsi contro una cabina telefonica. Ai poliziotti che li hanno fermati hanno raccontato che prima di prendere botte dai due cage fighters erano stati menati per bene da un altro uomo in maschera: un Uomo Ragno che probabilmente andava alla stessa festa.

domenica 4 ottobre 2009

In Terra Consacrata finalista al Premio Alziator

La notizia è ancora fresca: In terra consacrata è nella terna finalista del Premio Alziator. Il 28 ottobre dovrà vedersela con Il guscio della tartaruga di Silvia Ronchey e con Gianfranco Manfredi
Riporto il lancio dell'Agi:

LIBRI: PREMIO ALZIATOR, ECCO I 12 FINALISTI
(AGI) - Cagliari, 3 ott.- Sono 12 i finalisti, tre per ciascuna delle quattro sezioni, che concorreranno al premio letterario "Francesco Alziator", promosso dal Comune di Cagliari con il contributo della Regione Sardegna, in programma il 28 ottobre al Teatro Lirico del capoluogo. La giuria, presieduta dallo scrittore Salvatore Niffoi, ha selezionato, tra le 252 opere in concorso, Ugo Barbara (giornalista dell'Agenzia Italia), Gianfranco Manfredi e Silvia Ronchey per la sezione Narrativa, Remo Bodei, Gianni Olla e Gianni Sirigu per la Saggistica, Viviana De Cecco, Stefania Mannu e Claudia Zorzi per la sezione Inediti giovani autori e Al-Asswani Ala, Doron Lizzie e Ashur Radwa per quella Speciale. Per ognuna delle sezioni Saggistica, Narrativa e Speciale e' previsto un premio per il primo classificato di 6 mila euro, mentre agli altri due finalisti andranno rispettivamente 1.000 euro, al pari del vincitore della sezione Inediti Giovani Autori. La terna dei dodici finalisti e' stata resa nota stamane in una conferenza stampa dal presidente della giuria assieme al sindaco Emilio Floris e al presidente del Comitato di gestione Maurizio Porcelli. Il Premio letterario, in questa edizione, ha registrato un incremento del 30% rispetto allo scorso anno del numero di opere presentate, oltre ad una partecipazione piu' ampia delle case editrici nazionali e regionali. Sia il Premio che il festival letterario sono stati finanziati con 120 mila euro di risorse comunali, mentre la Regione sponsorizza l'evento con uno stanziamento di 20 mila euro.

venerdì 2 ottobre 2009

Coffee Club Nespresso

Sono da qualche giorno l'orgoglioso proprietario di una macchina per il caffè Nespresso. Questo comporta il vantaggio di poter scegliere quando ne ho voglia tra una smodata quantità di miscele, gustarmi un buon caffè cremoso al punto giusto e avere in cucina al posto del vecchio casciabanco da venti chili una elegante Krups dal volume contenuto.
Ma comporta anche l'iscrizione al Nespresso Club. Già che esista un club di caffeinomani è buffo, ma va bene così: le boutique Nespresso (avete letto bene: boutique) sono dei posti accoglienti in cui, male che vada, si può gustare un buon caffè e, se si è in vena, si può fare un mutuo per non dover rinunciare a nessuna delle 19 (ma a volte sono di più, altre di meno) diverse miscele.
Quando ho comprato la mia Krups (regalo di mamma!) in via Cola di Rienzo ho fatto la coda. E questo è bizzarro, perché avevo letto di code per gli iPhone, per il cofanetto dei Beatles e per Harry Potter, ma mai per una macchina per il caffè e le sue colorate, raffinate, eleganti, costose cialde. Nei cinque minuti di attesa (tutto sommato sopportabili) ho dato una sbirciatina al mondo del quale stavo per entrare a far parte. E mi sono reso conto di una cosa: che il Nespresso è roba da fighetti. Quindi o io sono sempre stato un fighetto, o lo sono diventato o lo diventerò.
Ma mi consola il fatto di non aver ancora raggiunto l'aberrazione di spendere un patrimonio per le tazzine in vetro, il portatazzine, il portacialde, le bustine di zucchero personalizzate, i cucchiaini di design, lo strumento per il cappuccino e le bacchette brandizzate. Per adesso mi limito al caffè. Ed essendo un neofita, non ho ancora scelto la mia miscela giusta. Il Roma mi piace, ma non mi sembra abbastanza pieno; il Livanto mi gusta di più, ma mi sembra un po' leggero.
Ieri ho espresso le mie perplessità alla signorina puzza-sotto-al-naso della boutique Nespresso di piazza San Lorenzo in Lucina. Accanto alla sala in cui Franceschini parlava, una clientela identica alla sua si presentava al bancone chiedendo con matematica precisione dieci diversi tipi di miscele a botta. Una signora prima di me aveva speso 43 euro di blister, ma, per fare cifra tonda (giuro: ha detto proprio così) ne ha chiesti altri due, così ha sganciato il suo biglietto da 50 euro senza l'angoscia di portarsi dietro sette euro di resto.
Quando è venuto il mio turno, ho cercato di spiegarmi con puzza-sotto-al-naso, ma prima ancora che io avessi il tempo di aprire bocca, è scattato il meccanismo-greve. Si tratta di un automatismo che si mette in funzione ogni volta che mi trovo davanti a una situazione inadeguata. Mi spiego: se sono in un ricevimento in un'ambasciata, mi comporto da persona civile, andando ben oltre la mia scala di civiltà abituale perché questo impone l'etichetta. E se ti occupi di diplomazia e politica estera, devi stare al gioco. Ma se entro in un posto che vende caffè ma non è una torrefazione, bensì una boutique e la tipa dietro il bancone mi guarda come se avesse già sgamato che non ho intenzione di spendere più di 14 euro - pari a modesti 40 caffè - scatta il meccanismo-greve e non sono più in grado di esprimermi come l'etichetta del luogo converrebbe.
"E' che il Roma mi sembra mosciarello" dico dopo un po' che lei ha parlato di note acidule, rotodità sul palato e retrogusto fruttato o legnoso.
"Mosciarello?" ripete puzza-sotto-al-naso storcendo - per l'appunto - il naso.
"Sì... lento, inconsistente"
"Temo, signore, che lei stia confondendo il sapore con la consistenza"
"Può essere, ma io vorrei un caffè che si sente in bocca e mi dia anche una bella sveglia"
Altra smorfia di naso.
"Se cerca una nota di sottobosco autunnale..."
"No, io cerco un caffè. Buono, forte. E poi magari uno più leggero da prendere al pomeriggio tardi"
"Le faccio assaggiare alcune delle miscele che potrebbero incontrare i suoi gusti"
"E' che ho appena pranzato e il caffè l'ho già preso. Se ne bevo altri due mi viene la tachicardia"
Ennesima stortura di naso.
"Allora forse è meglio che venga un'altra volta, prima di aver preso il caffè".
Allora forse è meglio che... "Va bene, mi dia due blister di Arpeggio, uno di Livanto e uno di... cos'è questa capsula blu?"
"Una speciale miscela indiana che ha un retrogusto di..."
"Va bene, mi dia anche quella". E sbrighiamoci che devo andare a lavorare.
Nel frattempo un tizio accanto a me si è portato via una cassa di blister e ha sganciato 95 euro.
Esco con la mia bustina fighetta Nespresso e attraverso una folla eterogenea che aspetta che Franceschini parli o che smetta di parlare. E sto già pensando a quale miscela proverò per prima... forse quella indiana con retrogusto del Gange.
Ma puzza-sotto-al-naso non mi ha guastato l'umore: sono pur sempre un orgoglioso proprietario di una macchina Nespresso. Proprio come George Clooney.

giovedì 1 ottobre 2009

Un italiano, una brasiliana e una greca arrivano all'Onu...

La fila è sempre quella sbagliata. Alle poste come in banca, al supermercato come al benzinaio. Vale anche per le Nazioni Unite. Perché il grande, elegante e - per l'epoca - ultramoderno Palazzo di vetro uno potrebbe ancora immaginarselo come il il regno dell'utopia, dove tutto ciò che nel mondo non va invece funziona benissimo, non si fanno le file e ognuno, pur parlando la propria lingua, capisce cosa dice l'altro.
Potremmo ancora illuderci che sia così se presidenti su presidenti, dittatori dopo dittatori, non ci avessero spiegato mille volte che l'Onu è il regno dello spreco, dell'inefficienza, delle tattiche dilatorie. Ma basta molto meno che sessant'anni di conflitto mediorientale per far vacillare la fiducia nelle Nazioni Unite: è sufficiente far la fila per un'ora davanti al numero 108 di First Avenue per poi scoprire che gli accrediti per la stampa in realtà li consegnano al tendone bianco poco oltre l'ingresso, proprio quello davanti al quale si snoda una fila da un'altra ora buona.
L'unica consolazione è stata CK. Non Calvin Klein, ma Cleide e Kostantina, due giornaliste - una brasiliana, l'altra greca - che avendo sperimentato le code latinoamericane e mediterranee sapevano come rassegnarsi a una lunga attesa e ingannarla con le ciance.
Hanno impiegato un paio di secondi per capire che sono italiano. Non per l'accento - mi hanno assicurato - ma per il look. Credo fosse un complimento: non avevo la cravatta arancione su camicia nera degli spagnoli, non la t-shirt sdrucita sui pantaloni del completo di gabardine dei francesi e non la giacca due taglie troppo grande di chiunque si trovi a est di Berlino. Ma appena hanno accertato che ero italiano il discorso è andato rapido come un fulmine all'argomento hot del momento.
L'acquisto di Chrysler da parte di Fiat? No.
La tenuta del sistema bancario italiano di fronte alla più grave crisi finanziaria del secolo? No.
La fuga dei cervelli? No.
Le mignotte di Palazzo Grazioli? Sì.
"Ma come? Come" mi ha chiesto Cleide, "un popolo così civile, così raffinato, che tanto a fondo ha segnato la storia può essere caduto così in basso?"
"E come, come è possibile" ha rincarato la dose Kostantina, "che gli italiani non mandino a casa uno come il Cavaliere?"
Io ho obiettato che oltre le escort, le attricette, le veline, le presunte intercettazioni alle ministre c'è lo straordinario intervento in occasione del terremoto in Abruzzo; che in Italia c'è il diffuso senso di necessità di avere al timone qualcuno che sia in grado di prendere una decisione a fronte di una opposizione che non sa neppure che nome darsi, che c'è...
Poi mi mi sono fermato. Del terremoto, dell'inconsistenza dell'opposizione, della Fiat, delle banche, loro sapevano già. Ma erano i retroscena dell'affaire D'Addario che gli interessava. Forse per lo stesso motivo per cui - come ho letto tempo fa in un sondaggio - al suono della parola Kennedy la maggioranza degli americani pensa prima a Marilyn che canta tanti auguri Mr President, poi a Jackie che scatta verso i portabagagli della vettura presidenziale per raccattare un pezzo di cranio del marito e dopo, solo dopo, a cose come la crisi dei missili a Cuba, a frasi come Ich bin ein berliner o alla Baia dei Porci.
Perché forse il destino degli uomini di potere è di essere ricordati prima per le donne che hanno avuto (successe anche ad Antonio e Cleopatra, molto prima di Bill e Monica) che per la traccia che hanno lasciato. E se quella traccia profuma più di Chanel che di sudore, cordite e dolore, allora non ci sarà scampo.
Ma la ricetta non è nell'astinenza: nessuno ha mai attribuito un flirt a George W. Bush, eppure quanto avremmo preferito che avesse avuto la fissa per una bella mora piuttosto che la smania di marciare su Baghdad?