Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

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giovedì 1 ottobre 2009

Un italiano, una brasiliana e una greca arrivano all'Onu...

La fila è sempre quella sbagliata. Alle poste come in banca, al supermercato come al benzinaio. Vale anche per le Nazioni Unite. Perché il grande, elegante e - per l'epoca - ultramoderno Palazzo di vetro uno potrebbe ancora immaginarselo come il il regno dell'utopia, dove tutto ciò che nel mondo non va invece funziona benissimo, non si fanno le file e ognuno, pur parlando la propria lingua, capisce cosa dice l'altro.
Potremmo ancora illuderci che sia così se presidenti su presidenti, dittatori dopo dittatori, non ci avessero spiegato mille volte che l'Onu è il regno dello spreco, dell'inefficienza, delle tattiche dilatorie. Ma basta molto meno che sessant'anni di conflitto mediorientale per far vacillare la fiducia nelle Nazioni Unite: è sufficiente far la fila per un'ora davanti al numero 108 di First Avenue per poi scoprire che gli accrediti per la stampa in realtà li consegnano al tendone bianco poco oltre l'ingresso, proprio quello davanti al quale si snoda una fila da un'altra ora buona.
L'unica consolazione è stata CK. Non Calvin Klein, ma Cleide e Kostantina, due giornaliste - una brasiliana, l'altra greca - che avendo sperimentato le code latinoamericane e mediterranee sapevano come rassegnarsi a una lunga attesa e ingannarla con le ciance.
Hanno impiegato un paio di secondi per capire che sono italiano. Non per l'accento - mi hanno assicurato - ma per il look. Credo fosse un complimento: non avevo la cravatta arancione su camicia nera degli spagnoli, non la t-shirt sdrucita sui pantaloni del completo di gabardine dei francesi e non la giacca due taglie troppo grande di chiunque si trovi a est di Berlino. Ma appena hanno accertato che ero italiano il discorso è andato rapido come un fulmine all'argomento hot del momento.
L'acquisto di Chrysler da parte di Fiat? No.
La tenuta del sistema bancario italiano di fronte alla più grave crisi finanziaria del secolo? No.
La fuga dei cervelli? No.
Le mignotte di Palazzo Grazioli? Sì.
"Ma come? Come" mi ha chiesto Cleide, "un popolo così civile, così raffinato, che tanto a fondo ha segnato la storia può essere caduto così in basso?"
"E come, come è possibile" ha rincarato la dose Kostantina, "che gli italiani non mandino a casa uno come il Cavaliere?"
Io ho obiettato che oltre le escort, le attricette, le veline, le presunte intercettazioni alle ministre c'è lo straordinario intervento in occasione del terremoto in Abruzzo; che in Italia c'è il diffuso senso di necessità di avere al timone qualcuno che sia in grado di prendere una decisione a fronte di una opposizione che non sa neppure che nome darsi, che c'è...
Poi mi mi sono fermato. Del terremoto, dell'inconsistenza dell'opposizione, della Fiat, delle banche, loro sapevano già. Ma erano i retroscena dell'affaire D'Addario che gli interessava. Forse per lo stesso motivo per cui - come ho letto tempo fa in un sondaggio - al suono della parola Kennedy la maggioranza degli americani pensa prima a Marilyn che canta tanti auguri Mr President, poi a Jackie che scatta verso i portabagagli della vettura presidenziale per raccattare un pezzo di cranio del marito e dopo, solo dopo, a cose come la crisi dei missili a Cuba, a frasi come Ich bin ein berliner o alla Baia dei Porci.
Perché forse il destino degli uomini di potere è di essere ricordati prima per le donne che hanno avuto (successe anche ad Antonio e Cleopatra, molto prima di Bill e Monica) che per la traccia che hanno lasciato. E se quella traccia profuma più di Chanel che di sudore, cordite e dolore, allora non ci sarà scampo.
Ma la ricetta non è nell'astinenza: nessuno ha mai attribuito un flirt a George W. Bush, eppure quanto avremmo preferito che avesse avuto la fissa per una bella mora piuttosto che la smania di marciare su Baghdad?

domenica 27 settembre 2009

New York - part one

Non sono un blogger professionista. Uno che fa sul serio si sarebbe messo di impegno e - anche a costo di scrivere un poema sulla scomodissima tastiera del Nokia N73 - avebbe aggiornato i propri lettori ogni due ore su quello che succedeva all'Assemblea generale dell'Onu. Ma io avevo già troppo da fare con l'Agi per trovare il tempo o forse la voglia di rimettermi là a digitare con il T9. vi sareste accontentati di quello che già avevo scritto per l'Agenzia, ma avreste voluto qualcosa di più. Di quelle cose che uno non metterebbe mai in un articolo.
Così ora che sono tornato, in un pomeriggio libero prima del rientro in redazione, cerco di sintetizzare in pillole, giusto per non perdere memoria di questi giorni.
Il mazzo
C'è gente che mi dice anch'io vorrei scrivere un romanzo, ma non ho mai tempo di mettermi a farlo e gente che dice ah, beato te che viaggi e ti diverti. Bene: nella maggior parte dei casi chi dice una di queste due cose sa di dire una stronzata. Chi dice di voler scrivere un romanzo e non si mette mai a scriverlo in realtà non vuole farlo. O magari crede che gli manca solo l'idea giusta e che se ce l'avesse, grazie al suo brillante stile e alla sua infinita scienza sbaraglierebbe il mercato. Ma non lo sapremo mai e non lo saprà neppure lui perché uno che dice di voler scrivere, ma non scrive non prenderà mai in mano una penna. Lo stesso vale per molti (ma non tutti) quelli che dicono la seconda frase. Ci sono quelli che lo fanno in buona fede e non sono giornalisti. E ci sono quelli che lo fanno in malafede e sono perlopiù giornalisti che non viaggiano perché non sarebbero neppure capaci di trovare la strada per l'aeroporto.
Viaggiare per lavoro mi piace. Mi diverte. Ho imparato a ritagliarmi dei microspazi di tempo per girare per le città in cui mi trovo (e, credetemi, non è facile) perché dopo le prime due missioni ho capito che se tutto doveva esaurirsi in un trasferimento da un aeroporto a un ministero/presidenza/parlamento, tanto valeva restare in redazione. Ci sono dei veri professionisti che partono qualche giorno prima dell'effettivo inizio della missione per godersi la città, ma ogni notte passata lontano dalla mia famiglia mi sembra una notte perduta, così cerco di limitare al massimo le assenze che già troppo spesso infliggo a mia moglie e ai miei figli. Per questo chi fa quel sorrisetto tipo ti vai a divertire non ha capito niente oppure mente. In missione ci si fa il mazzo. Chi lavora per un'agenzia scrive il primo pezzo appena sveglio e l'ultimo prima di andare a dormire. Non può permettersi di abbandonare il bidone neppure un istante perché il ministro o il premier di turno può uscire da un momento all'altro e riservare al mondo notizie e corbellerie che i giornalisti della carta stampata e del web sono ansiosi di rilanciare. E i giornali pagano perché le agenzie gli coprano le spalle.
E ora se siete pronti a viaggiare sul volo AZ608 (ma in economy perchè vi sembra assurdo spendere i soldi per la business mentre si parla di stato di crisi e di prepensionare 18 colleghi) venite con me. Terminal C, ore 9,50.