Leggendo l'articolo che il Corriere della Sera di oggi dedica alla Fiera del Libro di Guadalajara sono rimasto perplesso.
Ranieri Polese, autore dell'articolo, riporta con sarcasmo i già sarcastici commenti dei giornali messicani alla visita lampo di Franco Frattini alla Fiera. Non mi stupisce che i quotidiani locali ci siano rimati mali nel vedere che il ministro degli Esteri del Paese ospite d'onore della Fiera si sia trattenuto appena 25 minuti ("di cui 20 dedicati al suo discorso") e sia andato via di corsa, ma mi stupisce che un giornalista come Ranieri Polese non si sia preso la briga di scoprire il perché di tanta fretta. Gli sarebbe bastato chiamare il suo collega degli Esteri, Maurizio Caprara, esperto di Farnesina, che in quattro e quattr'otto gli avrebbe spiegato il perché e il percome. O magari dare un'occhiata alle quattro-agenzie-quattro che alla fretta di Frattini hanno dedicato un lancio. Ma Ranieri Polese non ha ritenuto che fosse il caso di perdere tempo in queste quisquilie e si è molto divertito a trarre ispirazione dai titoli dei giornali messicani.
Ora io vi racconto come sono andate le cose dato che ero lì e - a differenza di Ranieri Polese - sono uno che il perché delle cose se lo chiede e lo chiede.
In origine la partecipazione di Frattini a Guadalajara prevedeva una tavola rotonda in apertura di Fiera con il presidente messicano Calderon, il premio Nobel Gabriel Garcia Marquez e lo scrittore Carlos Fuentes. Un'occasione ghiotta per noi giornalisti e una dimostrazione di rispetto e di stima da parte di esponenti di spicco del mondo politico e della letteratura latino-americana. Ma evidente non era una missione baciata dalla fortuna e quando già eravamo a Città del Messico sono cominciate ad arrivare le sorprese. Per prima è arrivata la disdetta di Calderon, che ha fatto sapere di non poter partecipare. Poi, con varie scuse, quella di Garcia Marquez e di Fuentes.
Ora immaginate una situazione come questa: un amico vi invita a mangiare una pizza per farvi conoscere altri suoi due amici. Poi però dà buca e con lui gli altri due e voi restate a mangiare con il pizzettaro. Non sarebbe una cosa carina, no? Bene: è più o meno quello che è successo, tanto
che noi giornalisti ci siamo chiesti perché Frattini non desse un bel calcio nel sedere a tutta la baracca e se ne tornasse a Roma senza passare da Guadalajara. Ma Franco Frattini è un gentiluomo, mentre evidentemente noi giornalisti - non escluso Ranieri Polese - siamo troppo pronti a indispettirci al primo soffiar di brezza contraria.
E qui viene il colpo di scena, perché Frattini aveva ben più di una ragione per saltare la tappa alla Fiera. A Città del Messico, infatti, abbiamo saputo di un guasto all'aereo di stato. Nulla di grave: un'avaria che ci avrebbe permesso di volare sulla terra, ma sconsigliava una transvolata oceanica. Alla velocità della luce il cerimoniale della Farnesina si è mosso per organizzare il rientro con un volo di linea. Avremmo potuto restare a Città del Messico e partire con un Iberia dopo qualche ora, ma Frattini, che è un gentiluomo, ha detto che sarebbe stato scortese dare buca alla Fiera che ci aveva eletto - primo Paese non di lingua spagnola - ospite d'onore e ha insistito per partecipare, anche solo per pochi minuti, alla kermesse alla quale prendono parte tralaltro 120 scrittori e accademici italiani e 60 case editrici nostrane.
Quindi: di corsa a Guadalajara per un intervento - per quanto fulmineo - di fronte a una marea di gente e al fianco del presidente della Fiera, del governatore dello stato e di un autore premiato. Poi di corsa nel New Jersey per prendere in tempo l'ultimo volo utile per l'Italia: l'Alitalia delle 19,40 da Newark.
Ma non è finita. Il cerimoniale e l'ambasciata a Washington hanno fatto i salti mortali per assicurarsi che
su quel volo trovasse posto tutta la delegazione e cioè non solo il ministro e il suo staff e la scorta, ma anche i giornalisti al seguito: in totale 23 persone. "O si parte tutti" aveva detto Frattini, "o non parte nessuno".
Normale? Non direi. Perché c'è un precedente che dimostra il contrario. Il 21 dicembre del 2007 ero a New York al seguito dell'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema per il voto in Assemblea dell'Onu sulla pena di morte. Al momento del rientro, però, qualche genio dell'aeroporto di Westchester - upstate New York - ha sbattuto l'Airbus della presidenza del consiglio contro un cumulo di neve e ha abbozzato una gondola motore. Morale, non si poteva più partire. Capita l'antifona, conoscendo i nostri polli e considerando che si era alla vigilia delle vacanze di Natale, io e gli altri colleghi ci siamo messi a smanettare su internet alla ricerca di un posto su qualunque aereo che ci riportasse in Italia o almeno in Europa. Ma uno dello staff di D'Alema ci ha fermato: dovevamo lasciar fare a loro perché loro avrebbero pensato a tutto e tutti. Qualche ora dopo, però, abbiamo visto il ministro e sua moglie sgattaiolare via alla velocità della luce verso una macchina in attesa. Cosa stava succedendo? Lo stesso tizio dello staff ci ha detto che erano riusciti a trovare solo due posti per il ministro e la consorte e che stava correndo al Jfk per imbarcarsi.
E noi? Il tizio ha allargato le braccia come a dire "ognuno per sé e Dio per tutti". Peccato però che nel frattempo i voli che avevamo individuato e che non ci avevano fatto prenotare erano già chiusi o belli e partiti, così noi ci siamo trovati in mezzo alla neve ad arrangiarci da soli. O, in alternativa, spendere circa tremila euro per un rientro via Venezia. C'era chi, come me, doveva prendere un traghetto per andare in vacanza; chi aveva lasciato le bambine alla babysitter; chi doveva partire per un'altra missione nel giro di 24 ore. Abbiamo dovuto sganciare cento dollari per tornare a Manhattan e abbiamo pagato un'altra notte d'albergo durante la quale non abbiamo dormito perché l'abbiamo passata a cercare un volo per tornare in Italia. Ci siamo riusciti, ma a cifre folli, anche se non i tremila euro che ci erano stati prospettati.
A questo pensavo quando ho sentito Frattini dire "o tutti o nessuno" e a questo ho ripensato leggendo il sarcastico articolo di Ranieri Polese. Mi domando se, di fronte alla prospettiva di una notte in aeroporto e otto ore in classe economica (cose cui non credo gli inviati della cultura del Corriere siano abituati) avrebbe avuto voglia di essere ancora così sarcastico.
Ma si sa: ci sono uomini e gentiluomini.


