C'è voluto un po' di tempo prima che mi rendessi conto che l'11 settembre del 2001 avevo avuto una specie di privilegio. Avevo
vissuto quella giornata e non ne ero stato un semplice spettatore. Credo che oggi nessuno possa dire in realtà di essere stato alla finestra a guardare mentre il mondo che conoscevamo andava in frantumi. Neppure il più cinico tra i cinici, neppure quelli che l'indomani con sulle labbra un mezzo sorrisetto da
calcinculo dicevano "però, che botta per l'America", possono dire di non aver vissuto qualcosa
dentro e non solo nello sguardo.
Però io quel giorno ero in redazione.
Dopo le stragi del '92 capitava di
parlare della morte di Falcone e Borsellino e chiedere - o sentirsi chiedere - cosa si stava facendo quando la notizia era arrivata. Allora ero a casa e guardavo attonito la tv.
Ma l'11 settembre ero in redazione.
C'eravamo quasi tutti, in realtà: riuniti in assemblea per votare la fiducia al nuovo direttore. Fummo io e un collega della cronaca giudiziaria i primi ad accorgerci che qualcosa di grosso era successo: sul televisore che ci sovrastava mentre decidevamo se
approfittare della pausa per andare a pranzo, Televideo proiettò una singola riga. Diceva: "un aereo si è schiantato contro una delle Torri Gemelle".
La voce si sparse in redazione in meno di un attimo e tutti i televisori si accesero sulla diretta della
Cnn. Immagini surreali. "Non può essere vero" diceva qualcuno, "sembra un film". Il notiziario era chiuso, come sempre durante un'assemblea. "Forse dovremmo riaprire la rete" propose qualcuno. Ma c'era chi non era d'accordo: era un'assemblea importante, non si poteva sospendere solo per dare la notizia che un piccolo aereo (questo era quello che si sapeva in quel momento) aveva colpito un grattacielo.
Così stavamo con il naso per aria,
domandandoci come fosse stato possibile che in una splendida giornata di sole come quella un pilota fosse stato così
incompetente da andare a sbattere contro una torre di acciaio e vetro.
Poi accadde.
Lo vedemmo tutti: il secondo aereo che si schiantava contro la Torre Sud.
E fu il silenzio. Un silenzio che in redazione non ho più sentito. Il silenzio che segue gli eventi incredibili, le immagini che il nostro
cervello si rifiuta di registrare come reali o anche solo come verosimili. Nessuno riusciva a dire niente. A fare niente.
La prima voce fu un urlo: "riaprite la rete!".
E in un attimo eravamo tutti ai computer. Non c'era una sola postazione libera: tutti
tempestavano furiosamente sulla tastiera,
armeggiavano con i mouse cercando di cavare qualche
informazione dal web. Ma Internet era paralizzato dal traffico. I miei amici a New York non
rispondevano: era impossibile prendere la linea. Persino le agenzie
internazionali sembravano in preda al terrore: le stampanti di
Reuters ed
Efe non vomitavano più la solita valanga di notizie.
Eppure cercavamo dappertutto: negli archivi cartacei per trovare una scheda sul
World Trade Center; un riepilogo sul primo attacco del '93 alle Torri Gemelle; un profilo dei principali attentati
terroristici. Fu allora che un collega mi si avvicinò con una cartellina azzurra. Sopra c'era scritto: "Al
Qaeda". "Sono stati questi qui" mi disse, "c'hanno già provato una volta". Fino a quel momento nessuno aveva neppure pensato a
Bin Laden.
Lavoravamo sull'onda dell'adrenalina, tutti. Lavorammo senza sosta: nessuno voleva tornare a casa a riposare per affrontare un turno di notte che era inevitabile. Poi l'adrenalina lasciò il posto alla paura, man mano che le notizie si
accavallavano: l'aereo sul Pentagono; quello precipitato in
Pennsylvania... Ma anche tanti falsi allarmi, come l'autobomba al
Dipartimento di Stato o l'attentato alla
Sears Tower e gli attacchi su
Los Angeles. Notizie rimbalzate da redazioni in preda al panico e smentite dopo pochi minuti, ma che
alimentavano la paura e la sensazione che qualcosa di ancora più terribile dovesse accadere.
Tornai a casa alle quattro del mattino, durante un'offensiva dell'Alleanza del Nord su Kabul. Una coincidenza che fece pensare a un attacco americano. Due giorni prima il comandante
Massoud, il Leone del
Panshir, era stato ucciso in un attentato. Il mio capo di allora era rimasto più colpito di quanto mi aspettassi. "Hanno ammazzato
Massoud" aveva detto, "si sta preparando qualche casino vero". Nessuno immaginava quanto avesse ragione.
A casa mia dormivano tutti. Sonni che apparivano quieti.
Io mi poggiai sul bordo del letto.
E piansi.