E' finito in tragedia il matrimonio cui una bambina di 12 anni era stata costretta nello Yemen occidentale: la ragazzina e' morta dando alla luce un bambino che non le e' sopravvissuto. "Fawziya Abdullah Youssef, e' morta di parto l'11 settembre" ha reso noto l'Ong 'Organisation for Childhood Protection' (Seyaj). Cresciuta in una famiglia povera e con il padre gravemente malato, Fawziya era stata costretta a lasciare la scuola e a sposarsi quando aveva 11 anni. Un anno dopo era rimasta incinta. "Il vuoto normativo non permette alle autorita' di impedire il matrimonio con spose bambine" ha denunciato la Seyaj, "o di punire i genitori e i mariti per le devastanti conseguenze di unioni come questa", un fenomeno diffuso lungo la costa yemenita del Mar Rosso. L'anno scorso un tribunale locale permise a una bambina di otto anni di ottenere il divorzio dopo che il padre disoccupato l'aveva venduta a un uomo di vent'anni piu' grande.
Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile
domenica 13 settembre 2009
sabato 12 settembre 2009
Light my Fahrenheit
Magari l'ho già detto, ma lo voglio ripetere: Fahrenheit mi rimette al mondo. La diretta da Mantova oggi mi ha tenuto compagnia nel tragitto da casa al lavoro e, come sempre, ha funzionato da motorino di avviamento per una miriade di riflessioni, alcune allegre, altre amare, ma mai disperatamente deprimenti come quelle che infligge uno come Travaglio.
Il paragone non sembri peregrino: ospite della trasmissione oggi era Jeff Israely, uno dei corrispondenti stranieri che più ho apprezzato e che non ha mai risparmiato all'Italia analisi spietate, ma obiettive. Conobbi Jeff a Palermo nel '99,
quando era arrivato in Italia da poco ed era stato mandato dal New York Times a seguire la visita di Hillary Clinton, allora First Lady. Negli anni ci siamo rivisti più volte - meno di quanto avrei voluto e dovuto - e ogni chiacchierata con lui è stata sempre un'esperienza stimolante. Come stimolante è stato ascoltarlo oggi parlare del suo libro Stai a vedere che ho un figlio italiano che è un po' la summa dei suoi dieci anni in Italia. Mai un accenno flolkloristico nè uno scivolone negli stereotipi negativi in cui spesso cadono gli Italieni di una rivista che amo e consiglio: Internazionale. Le sue osservazioni erano (e sono) quelle di uno straniero che ha imparato ad amare il nostro Paese senza per questo ignorarne i difetti, ma anzi analizzandoli per quello che sono: il preoccupante segno di una crisi identitaristica che ha portato, tralaltro, all'inaridimento di una capacità creativa che un tempo era una peculiarità universalmente riconosciuta. Il modo - ad esempio - con cui gli italiani non affrontano la crisi, è segno di una inadeguatezza a inventarsi una via d'uscita innovativa che faccia da guida agli altri Paesi.
Altro ospite era Mario Calabresi che si sta inesorabilmente e rapidamente conquistando la mia stima.
Non solo per i suoi libri e per le corrispondenze dagli Stati Uniti, ma perché è la dimostrazione che non tutti i figli di sono necessariamente dei miracolati. Chi è spinto a pensare che la sua fulminante carriera sia dovuta a una sorta di istinto risarcitorio che la societa vive nei confronti dei figli delle vittime (vittime a loro volta) è spesso spinto a fare un altro paragone: quello con Luca Sofri. Figlio di un individuo di indiscutibile acume e intelligenza, spesso indicato a sua volta come vittima di un meccanismo giudiziario viziato. Ogni volta che ascolto Condor anche io vorrei non cedere allo stesso immediato paragone, ma non ci riesco. E' più forte di me e finisco per domandarmi - se davvero esiste un istinto risarcitorio - quale sia il debito ha la società nei suoi confronti.
Ecco, questo mi ha un po' amareggiato.Il paragone non sembri peregrino: ospite della trasmissione oggi era Jeff Israely, uno dei corrispondenti stranieri che più ho apprezzato e che non ha mai risparmiato all'Italia analisi spietate, ma obiettive. Conobbi Jeff a Palermo nel '99,
quando era arrivato in Italia da poco ed era stato mandato dal New York Times a seguire la visita di Hillary Clinton, allora First Lady. Negli anni ci siamo rivisti più volte - meno di quanto avrei voluto e dovuto - e ogni chiacchierata con lui è stata sempre un'esperienza stimolante. Come stimolante è stato ascoltarlo oggi parlare del suo libro Stai a vedere che ho un figlio italiano che è un po' la summa dei suoi dieci anni in Italia. Mai un accenno flolkloristico nè uno scivolone negli stereotipi negativi in cui spesso cadono gli Italieni di una rivista che amo e consiglio: Internazionale. Le sue osservazioni erano (e sono) quelle di uno straniero che ha imparato ad amare il nostro Paese senza per questo ignorarne i difetti, ma anzi analizzandoli per quello che sono: il preoccupante segno di una crisi identitaristica che ha portato, tralaltro, all'inaridimento di una capacità creativa che un tempo era una peculiarità universalmente riconosciuta. Il modo - ad esempio - con cui gli italiani non affrontano la crisi, è segno di una inadeguatezza a inventarsi una via d'uscita innovativa che faccia da guida agli altri Paesi.Altro ospite era Mario Calabresi che si sta inesorabilmente e rapidamente conquistando la mia stima.
Non solo per i suoi libri e per le corrispondenze dagli Stati Uniti, ma perché è la dimostrazione che non tutti i figli di sono necessariamente dei miracolati. Chi è spinto a pensare che la sua fulminante carriera sia dovuta a una sorta di istinto risarcitorio che la societa vive nei confronti dei figli delle vittime (vittime a loro volta) è spesso spinto a fare un altro paragone: quello con Luca Sofri. Figlio di un individuo di indiscutibile acume e intelligenza, spesso indicato a sua volta come vittima di un meccanismo giudiziario viziato. Ogni volta che ascolto Condor anche io vorrei non cedere allo stesso immediato paragone, ma non ci riesco. E' più forte di me e finisco per domandarmi - se davvero esiste un istinto risarcitorio - quale sia il debito ha la società nei suoi confronti. Meno male che c'è Fahrenheit.
martedì 1 settembre 2009
martedì 25 agosto 2009
sabato 22 agosto 2009
Presentazione a Castellammare
E' andata bene. Molto bene. Temevo che la concorrenza di Fiorella Mannoia in concerto a Segesta (ach!) finisse per provocare un'emorragia di pubblico e invece sono venuti in tanti per la presentazione di 'In terra consacrata' a Castellammare del Golfo, dove ero ospite della rassegna ParoleAmare. Grazie a tutti!
venerdì 14 agosto 2009
cartello autografo di Bradbury
Surreale cartello nel negozio di bordo del traghetto per Palermo. Però, perlomeno, il settore libri è molto ben fornito
giovedì 6 agosto 2009
Scarpa(te) alla Salma
Finalmente Tiziano Scarpa ha perso il suio aplomb. La sobrietà con cui aveva eroso il vantaggio dichiarato della Salma era stato ammirevole e così il fatto di non ricorrere a buffonate para-mediatiche per vestire i panni del salvatore della letteratura italiana sventolando a destra e sinistra lo spettro della Civilità della Paura o intossicando l'auditorio con i suoi incubi di bambino. Zitto zitto, forte del lavorio sommesso di Einaudi e del peso della corazzata Mondadori, si è portato a casa il bottiglione di liquore e un numero 'n' di copie vendute lasciando la Salma e il suo funereo piglio con un palmo di voto.
Scarpa, insomma, ha sbroccato e ha mandato la Salma a quel paese, una volta e per tutte. Ecco come, secondo l'intervista a Vanity Fair anticipata da Repubblica:
Le polemiche sul premio Strega non finiscono mai. Nemmeno quando è stato proclamato un vincitore, seppure di un soffio, anzi di un voto. A Tiziano Scarpa, primo arrivato, il 2 luglio, nella gara letteraria più prestigiosa d´Italia, con il suo Stabat mater (Einaudi), il fatto che Antonio Scurati (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani), al secondo posto, fosse stato sempre considerato il candidato favorito, anzi il vincitore in pectore, non è andata giù.
E senza peli sulla lingua lo dice in una intervista su Vanity Fair di questa settimana: «Ho capito che lo Strega non è una questione di copie che vendi in più. E´ una questione di potere» esordisce Scarpa: 119 voti a lui e 118 a Scurati: «Il giorno dopo essere entrato in cinquina» continua lo scrittore « era come se il libro di Scurati avesse già la fascetta del vincitore. La casa editrice ci aveva investito molto: pubblicità, recensioni sui giornali». Scurati si era autocandidato dopo la rinuncia di Daniele De Giudice, indicato come numero uno del 2009, con l´obiettivo dichiarato di combattere lo strapotere delle case editrici.
Una procedura scorrettissima, secondo Scarpa, se a questo si aggiunge il fatto che Scurati è anche uno dei votanti dello Strega. E, visto che lo Strega è un "affare" (copie, notorietà), Scarpa definisce Scurati «un vero caso mediatico: la costruzione di un intellettuale e di un autore pop attraverso una strategia propagandistica e pubblicitaria che va avanti da anni». Avrebbe usato tutte le armi in suo possesso (dirige una collana per Bompiani, insegna allo Iulm, collabora con prestigiose testate) «per ottenere un riscontro di popolarità...perché popolarissimo non è». Però, vista la sua capacità di persuasione, conclude Scarpa «dovrebbero farlo segretario del Pd».
Scarpa, insomma, ha sbroccato e ha mandato la Salma a quel paese, una volta e per tutte. Ecco come, secondo l'intervista a Vanity Fair anticipata da Repubblica:
Le polemiche sul premio Strega non finiscono mai. Nemmeno quando è stato proclamato un vincitore, seppure di un soffio, anzi di un voto. A Tiziano Scarpa, primo arrivato, il 2 luglio, nella gara letteraria più prestigiosa d´Italia, con il suo Stabat mater (Einaudi), il fatto che Antonio Scurati (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani), al secondo posto, fosse stato sempre considerato il candidato favorito, anzi il vincitore in pectore, non è andata giù.
E senza peli sulla lingua lo dice in una intervista su Vanity Fair di questa settimana: «Ho capito che lo Strega non è una questione di copie che vendi in più. E´ una questione di potere» esordisce Scarpa: 119 voti a lui e 118 a Scurati: «Il giorno dopo essere entrato in cinquina» continua lo scrittore « era come se il libro di Scurati avesse già la fascetta del vincitore. La casa editrice ci aveva investito molto: pubblicità, recensioni sui giornali». Scurati si era autocandidato dopo la rinuncia di Daniele De Giudice, indicato come numero uno del 2009, con l´obiettivo dichiarato di combattere lo strapotere delle case editrici.
Una procedura scorrettissima, secondo Scarpa, se a questo si aggiunge il fatto che Scurati è anche uno dei votanti dello Strega. E, visto che lo Strega è un "affare" (copie, notorietà), Scarpa definisce Scurati «un vero caso mediatico: la costruzione di un intellettuale e di un autore pop attraverso una strategia propagandistica e pubblicitaria che va avanti da anni». Avrebbe usato tutte le armi in suo possesso (dirige una collana per Bompiani, insegna allo Iulm, collabora con prestigiose testate) «per ottenere un riscontro di popolarità...perché popolarissimo non è». Però, vista la sua capacità di persuasione, conclude Scarpa «dovrebbero farlo segretario del Pd».
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