Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

sabato 19 gennaio 2013

Conversazione in redazione 1


"Scusa, ma questo turno non può farlo Tizia?"
"Eh, sì ma..."
"Ma?..."
"C'ha i figli... Lasciamola in pace"
"Perché io non ce li ho?"
"Sì ma tu sei capo"
"Perché lei che è?"
"E dai, sii galante..."
La galanteria finisce dove cominciano le pari opportunità che finiscono dove comincia la galanteria.

mercoledì 4 aprile 2012

Come nasce una fregnaccia

Non passa giorno senza che qualche amico non giornalista ammiccando mi dica: "che figura l'Ansa, eh... con quel Tapiro d'Oro. Chissà come sarete contenti..."
Colpo di scena: non siamo contenti. Non credo che ci sia un solo giornalista all'Agi, all'AdnKronos o in qualunque altra agenzia di stampa contento per la figuraccia fatta dall'Ansa. Siamo sgomenti e preoccupati, perché tutti, ogni giorno, siamo a rischio Tapiro. E non basta essere tanti (come all'Ansa)
per far funzionare la catena di controlli incrociati che dovrebbe servire a evitare le fregnacce. Perché quando si fanno mille e più notizie al giorno, le figuracce sono sempre in agguato e ha un che di miracoloso se si chiude la rete senza essere inciampati in una fregnaccia.
La fregnaccia è lì, mimetizzata come un soldato giapponese a Iwo Jima; insidiosa come una trappola di Vietcong; accattivante come una mina nascosta in un giocattolo.
Come nasce una fregnaccia? Ipotizziamo di essere nella redazione dell'edizione on-line di un quotidiano. E' metà agosto, ma non per questo le notizie scarseggiano. I giornalisti invece sì, perché sono quasi tutti in ferie, eppure bisogna mandare avanti la baracca perché il lettore vuole il suo smartphone o il tablet pieno di quelle notizie che gli piace tanto leggere sotto l'ombrellone. Bene: siamo in redazione per dargli quello che cerca. Arriva una mail. Una delle settemila mail che ogni giorno di abbattono su una redazione. Ma il giornalista riesce a distinguere proprio quella tra la montagna di spam e di improbabili inviti ad ancora più improbabili 'eventi' e la legge. E' di un'associazione che afferma che per il ponte di Ferragosto sulle strade ci saranno otto milioni di italiani. Otto milioni. Certo un bel numero, ma non poi così improbabile. E' la classica notizia che il lettore sotto l'ombrellone vuole leggere, perché lui - per sua fortuna - in vacanza c'è già e gli sarà risparmiato l'esodo con ingorgo al casello. E la vuole sentire alla radio quello che in coda al casello c'è da ore per poter maledire il momento in cui ha pensato che "tanto il 14 agosto sono già tutti al mare".
Però... C'è un però. Chi sono questi che sparano questa cifra? L'intestazione della mail è ben confezionata, sembra una fonte attendibile. Ma serve un'altra fonte. Parte la telefonata alla Stradale, che però non ha dati da diffondere. Si prova allora con il gestore delle autostrade che però non sa, non risponde. Nella migliore delle ipotesi richiamerà. E nell'attesa che richiami uno che fa? Va a farsi un panino perché è già ora di pranzo.
Da qualche altra parte, però, qualcuno non si è fatto gli stessi scrupoli e ha sparato la notizia nell'edizione delle 13 del Tg o del giornale radio. Così il caposervizio (o il caporedattore) che arriva sudato, incazzato e stanco e ha appena sentito la notizia degli otto milioni in coda vuole sapere se la sua redazione l'ha già data. Non c'è risposta, fino a quando qualcuno dice che se ne stava occupando il talaltro, che però è a pranzo. Il caposervizio scorre le mail e trova quello che cerca. E pensa: se gli altri l'hanno data, avranno fatto i loro controlli. E via, la spara sul sito. La notizia finisce su Google News e parte il contagio: la danno tutti, fiduciosi che qualcuno, da qualche parte, abbia fatto i suoi buoni controlli.
E invece quello che è successo è che il soldato giapponese è saltato fuori dal cespuglio e ha piantato la sua baionetta dritta nel cuore dell'informazione corretta, quella per la quale ogni giorno - Tapiro o non Tapiro - ci facciamo un mazzo così. Con buona pace del lettore sotto l'ombrellone.

martedì 13 marzo 2012

C'é modo e modo

Tra i lettori (dei giornali e dei siti web) si trova di tutto. C'é quello gentile e addirittura premuroso che si preoccupa di collaborare alla qualità della pagina e c'é quello che sembra non aspettare altro che l'occasione buona per fare le pulci con un risentimento degno di miglior causa. In un giorno solo ho avuto a che fare con entrambi, specchio di quello che l'Italia é e potrebbe diventare. Ecco cosa ci ha scritto il lettore premuroso: "Buongiorno, volevo solo segnalare un refuso nel titolo della news di cui al link riportato. Buona giornata". Ed ecco invece cosa scrive quello astioso:
"Nell'articolo che avete pubblicato avete messo la foto sbagliata quella che avete usato e' del sindacalista turiddu carnevale ucciso nel 1955 on e'di placido rizzotto complimenti a chi hafatyo ol servizio" (i refusi sono del testo originale). Il lettore premuroso rappresenta quello che l'Italia potrebbe diventare se sono tutti si sforzassero di avere un atteggiamento collaborativo quando la strada più facile è quella della berlina. Il lettore astioso invece rappresenta quello che l'Italia troppo spesso è. Ma che per fortuna fa in fretta a qualificarsi: l'astioso si firma "pittore antimafia". È aperta la caccia ai pittori filomafiosi.

mercoledì 9 novembre 2011

Andiamo a prenderci il Premio Scerbanenco!

Cari amici, ci risiamo. Dopo aver portato 'Il Corruttore' e ‘In terra consacratain finale al Premio Scerbanenco, vi chiedo di aiutarmi a far vincere 'Le mani sugli occhi'. Chi ha partecipato al voto negli ultimi due anni sa che il meccanismo è un po' complesso, ma la partecipazione è molto più divertente e si può interagire con gli altri 'elettori' per convincerli che ‘Le mani sugli occhi’ è il candidato migliore. Tutto quello che serve sono un pc, una casella e-mail e un documento di identità a portata di mano. Le istruzioni sono qui: http://www.noirfest.com/iscriviti.asp ma fate in fretta: c'è tempo solo fino al 19 novembre.
Grazie a tutti!

domenica 11 settembre 2011

Undici Settembre

C'è voluto un po' di tempo prima che mi rendessi conto che l'11 settembre del 2001 avevo avuto una specie di privilegio. Avevo vissuto quella giornata e non ne ero stato un semplice spettatore. Credo che oggi nessuno possa dire in realtà di essere stato alla finestra a guardare mentre il mondo che conoscevamo andava in frantumi. Neppure il più cinico tra i cinici, neppure quelli che l'indomani con sulle labbra un mezzo sorrisetto da calcinculo dicevano "però, che botta per l'America", possono dire di non aver vissuto qualcosa dentro e non solo nello sguardo.
Però io quel giorno ero in redazione.
Dopo le stragi del '92 capitava di parlare della morte di Falcone e Borsellino e chiedere - o sentirsi chiedere - cosa si stava facendo quando la notizia era arrivata. Allora ero a casa e guardavo attonito la tv.
Ma l'11 settembre ero in redazione.
C'eravamo quasi tutti, in realtà: riuniti in assemblea per votare la fiducia al nuovo direttore. Fummo io e un collega della cronaca giudiziaria i primi ad accorgerci che qualcosa di grosso era successo: sul televisore che ci sovrastava mentre decidevamo se approfittare della pausa per andare a pranzo, Televideo proiettò una singola riga. Diceva: "un aereo si è schiantato contro una delle Torri Gemelle".
La voce si sparse in redazione in meno di un attimo e tutti i televisori si accesero sulla diretta della Cnn. Immagini surreali. "Non può essere vero" diceva qualcuno, "sembra un film". Il notiziario era chiuso, come sempre durante un'assemblea. "Forse dovremmo riaprire la rete" propose qualcuno. Ma c'era chi non era d'accordo: era un'assemblea importante, non si poteva sospendere solo per dare la notizia che un piccolo aereo (questo era quello che si sapeva in quel momento) aveva colpito un grattacielo.
Così stavamo con il naso per aria, domandandoci come fosse stato possibile che in una splendida giornata di sole come quella un pilota fosse stato così incompetente da andare a sbattere contro una torre di acciaio e vetro.
Poi accadde.
Lo vedemmo tutti: il secondo aereo che si schiantava contro la Torre Sud.
E fu il silenzio. Un silenzio che in redazione non ho più sentito. Il silenzio che segue gli eventi incredibili, le immagini che il nostro cervello si rifiuta di registrare come reali o anche solo come verosimili. Nessuno riusciva a dire niente. A fare niente.
La prima voce fu un urlo: "riaprite la rete!".
E in un attimo eravamo tutti ai computer. Non c'era una sola postazione libera: tutti tempestavano furiosamente sulla tastiera, armeggiavano con i mouse cercando di cavare qualche informazione dal web. Ma Internet era paralizzato dal traffico. I miei amici a New York non rispondevano: era impossibile prendere la linea. Persino le agenzie internazionali sembravano in preda al terrore: le stampanti di Reuters ed Efe non vomitavano più la solita valanga di notizie.
Eppure cercavamo dappertutto: negli archivi cartacei per trovare una scheda sul World Trade Center; un riepilogo sul primo attacco del '93 alle Torri Gemelle; un profilo dei principali attentati terroristici. Fu allora che un collega mi si avvicinò con una cartellina azzurra. Sopra c'era scritto: "Al Qaeda". "Sono stati questi qui" mi disse, "c'hanno già provato una volta". Fino a quel momento nessuno aveva neppure pensato a Bin Laden.
Lavoravamo sull'onda dell'adrenalina, tutti. Lavorammo senza sosta: nessuno voleva tornare a casa a riposare per affrontare un turno di notte che era inevitabile. Poi l'adrenalina lasciò il posto alla paura, man mano che le notizie si accavallavano: l'aereo sul Pentagono; quello precipitato in Pennsylvania... Ma anche tanti falsi allarmi, come l'autobomba al Dipartimento di Stato o l'attentato alla Sears Tower e gli attacchi su Los Angeles. Notizie rimbalzate da redazioni in preda al panico e smentite dopo pochi minuti, ma che alimentavano la paura e la sensazione che qualcosa di ancora più terribile dovesse accadere.
Tornai a casa alle quattro del mattino, durante un'offensiva dell'Alleanza del Nord su Kabul. Una coincidenza che fece pensare a un attacco americano. Due giorni prima il comandante Massoud, il Leone del Panshir, era stato ucciso in un attentato. Il mio capo di allora era rimasto più colpito di quanto mi aspettassi. "Hanno ammazzato Massoud" aveva detto, "si sta preparando qualche casino vero". Nessuno immaginava quanto avesse ragione.
A casa mia dormivano tutti. Sonni che apparivano quieti.
Io mi poggiai sul bordo del letto.
E piansi.

martedì 7 giugno 2011

A proposito di Harry

Avrei voluto, un giorno, pubblicare su questo blog una foto alla quale tenevo molto. Ritraeva me e un arzillo vecchietto sul portico di una casa di Brooklyn. Intorno a noi la mia famiglia e la figlia dell'uomo, tutti sorridenti, contenti di aver finalmente colto un'occasione attesa da tempo.
Il vecchietto al centro è più che un vecchietto. E' Harry Bernstein: ha compiuto da qualche mese 101 anni ed è più lucido che mai. Poi ci sono i miei figli che hanno letteralmente divorato il suo romanzo Il muro invisibile e sua figlia Adreanne.
Non potrò mai pubblicare quella foto, perché nessuno potrà mai scattarla. Harry se n'è andato sabato scorso, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 101mo compleanno, meno di tre mesi prima che io riuscissi a mantenere la promessa di andarlo a trovare.
Eppure quella foto ce l'ho nitida nella mente come se a inquadrare e a scattare fossi stato io stesso. Io che - potenza delle illusioni o forse solo dell'autoscatto - sono anche dall'altra parte dell'obiettivo e sorrido, una mano poggiata sulla spalla di Harry.
Mio figlio ha la stessa faccia divertita che ha in una foto fatta a gennaio sulla metropolitana di Parigi. Era perennemente immerso nella lettura del Muro e coglieva ogni occasione per tirarlo fuori dallo zaino e perdersi in quelle pagine: in fila per fare i biglietti a La Villette, sul metro che ci portava a Eurodisney; appena tornati in albergo, stremati, la sera. Gli chiesi di guardarmi e lui sorrise in un modo che piacque molto a Harry, quando gli mandai la foto, con il suo libro bene in evidenza tra le mani.
Era stata mia figlia a suggerirgli di leggere il Muro. "E triste in modo devastante" gli aveva detto, "ma ti piacerà". Poi io e lei avevamo ingaggiato una curiosa caccia a Harry sul web. Eravamo ansiosi di dirgli quanto ci erano piaciuti i suoi libri. Io ero stato il primo a scoprirli, quando Piemme mi aveva chiesto di presentare questo esordiente di 97 anni al Premio Bancarella. Poi era toccato a mia moglie che lo aveva passato ai suoi genitori, poi ai miei, poi...
Non c'è nessuno in famiglia che non abbia letto - e amato - Harry Bernstein e la sua storia. Per questo sarò sempre grato a Bruce Frankel di avermi messo in contatto con lui e ad Harry per avermi dato la sua amicizia. E per avere avuto il tempo di scambiare divertenti e commoventi mail con i miei figli, con lo spirito di un ultranonno molto lontano piuttosto che quello di uno scrittore di successo.
Mancava solo quella foto, anche se tutto era ormai pronto.
Un foto che avrei amato.

domenica 1 maggio 2011

Si dice in giro...

Chi segue questo blog sa che sono un fedele follower di alcuni blogger di genere e non, come l'Angolo Nero, Corpi Freddi e Booksblog . O che non perdo mai l'appuntamento con il commento di Alfonso76.com alla classifica dei libri più venduti. Per questo leggere la sua recensione di 'Le mani sugli occhi' è stata una bella emozione.

Sulla mia pagina di Facebook avete già trovato i link a quello che Thrillerpages e LibriNews hanno scritto nei primi giorni dell'uscita del mio nuovo romanzo, alla bella recensione di Maurizio Testa su aNobii e all'intervista di Graziano Rossi su La Ghigliottina.