Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post

mercoledì 4 aprile 2012

Come nasce una fregnaccia

Non passa giorno senza che qualche amico non giornalista ammiccando mi dica: "che figura l'Ansa, eh... con quel Tapiro d'Oro. Chissà come sarete contenti..."
Colpo di scena: non siamo contenti. Non credo che ci sia un solo giornalista all'Agi, all'AdnKronos o in qualunque altra agenzia di stampa contento per la figuraccia fatta dall'Ansa. Siamo sgomenti e preoccupati, perché tutti, ogni giorno, siamo a rischio Tapiro. E non basta essere tanti (come all'Ansa)
per far funzionare la catena di controlli incrociati che dovrebbe servire a evitare le fregnacce. Perché quando si fanno mille e più notizie al giorno, le figuracce sono sempre in agguato e ha un che di miracoloso se si chiude la rete senza essere inciampati in una fregnaccia.
La fregnaccia è lì, mimetizzata come un soldato giapponese a Iwo Jima; insidiosa come una trappola di Vietcong; accattivante come una mina nascosta in un giocattolo.
Come nasce una fregnaccia? Ipotizziamo di essere nella redazione dell'edizione on-line di un quotidiano. E' metà agosto, ma non per questo le notizie scarseggiano. I giornalisti invece sì, perché sono quasi tutti in ferie, eppure bisogna mandare avanti la baracca perché il lettore vuole il suo smartphone o il tablet pieno di quelle notizie che gli piace tanto leggere sotto l'ombrellone. Bene: siamo in redazione per dargli quello che cerca. Arriva una mail. Una delle settemila mail che ogni giorno di abbattono su una redazione. Ma il giornalista riesce a distinguere proprio quella tra la montagna di spam e di improbabili inviti ad ancora più improbabili 'eventi' e la legge. E' di un'associazione che afferma che per il ponte di Ferragosto sulle strade ci saranno otto milioni di italiani. Otto milioni. Certo un bel numero, ma non poi così improbabile. E' la classica notizia che il lettore sotto l'ombrellone vuole leggere, perché lui - per sua fortuna - in vacanza c'è già e gli sarà risparmiato l'esodo con ingorgo al casello. E la vuole sentire alla radio quello che in coda al casello c'è da ore per poter maledire il momento in cui ha pensato che "tanto il 14 agosto sono già tutti al mare".
Però... C'è un però. Chi sono questi che sparano questa cifra? L'intestazione della mail è ben confezionata, sembra una fonte attendibile. Ma serve un'altra fonte. Parte la telefonata alla Stradale, che però non ha dati da diffondere. Si prova allora con il gestore delle autostrade che però non sa, non risponde. Nella migliore delle ipotesi richiamerà. E nell'attesa che richiami uno che fa? Va a farsi un panino perché è già ora di pranzo.
Da qualche altra parte, però, qualcuno non si è fatto gli stessi scrupoli e ha sparato la notizia nell'edizione delle 13 del Tg o del giornale radio. Così il caposervizio (o il caporedattore) che arriva sudato, incazzato e stanco e ha appena sentito la notizia degli otto milioni in coda vuole sapere se la sua redazione l'ha già data. Non c'è risposta, fino a quando qualcuno dice che se ne stava occupando il talaltro, che però è a pranzo. Il caposervizio scorre le mail e trova quello che cerca. E pensa: se gli altri l'hanno data, avranno fatto i loro controlli. E via, la spara sul sito. La notizia finisce su Google News e parte il contagio: la danno tutti, fiduciosi che qualcuno, da qualche parte, abbia fatto i suoi buoni controlli.
E invece quello che è successo è che il soldato giapponese è saltato fuori dal cespuglio e ha piantato la sua baionetta dritta nel cuore dell'informazione corretta, quella per la quale ogni giorno - Tapiro o non Tapiro - ci facciamo un mazzo così. Con buona pace del lettore sotto l'ombrellone.

martedì 13 marzo 2012

C'é modo e modo

Tra i lettori (dei giornali e dei siti web) si trova di tutto. C'é quello gentile e addirittura premuroso che si preoccupa di collaborare alla qualità della pagina e c'é quello che sembra non aspettare altro che l'occasione buona per fare le pulci con un risentimento degno di miglior causa. In un giorno solo ho avuto a che fare con entrambi, specchio di quello che l'Italia é e potrebbe diventare. Ecco cosa ci ha scritto il lettore premuroso: "Buongiorno, volevo solo segnalare un refuso nel titolo della news di cui al link riportato. Buona giornata". Ed ecco invece cosa scrive quello astioso:
"Nell'articolo che avete pubblicato avete messo la foto sbagliata quella che avete usato e' del sindacalista turiddu carnevale ucciso nel 1955 on e'di placido rizzotto complimenti a chi hafatyo ol servizio" (i refusi sono del testo originale). Il lettore premuroso rappresenta quello che l'Italia potrebbe diventare se sono tutti si sforzassero di avere un atteggiamento collaborativo quando la strada più facile è quella della berlina. Il lettore astioso invece rappresenta quello che l'Italia troppo spesso è. Ma che per fortuna fa in fretta a qualificarsi: l'astioso si firma "pittore antimafia". È aperta la caccia ai pittori filomafiosi.

domenica 11 settembre 2011

Undici Settembre

C'è voluto un po' di tempo prima che mi rendessi conto che l'11 settembre del 2001 avevo avuto una specie di privilegio. Avevo vissuto quella giornata e non ne ero stato un semplice spettatore. Credo che oggi nessuno possa dire in realtà di essere stato alla finestra a guardare mentre il mondo che conoscevamo andava in frantumi. Neppure il più cinico tra i cinici, neppure quelli che l'indomani con sulle labbra un mezzo sorrisetto da calcinculo dicevano "però, che botta per l'America", possono dire di non aver vissuto qualcosa dentro e non solo nello sguardo.
Però io quel giorno ero in redazione.
Dopo le stragi del '92 capitava di parlare della morte di Falcone e Borsellino e chiedere - o sentirsi chiedere - cosa si stava facendo quando la notizia era arrivata. Allora ero a casa e guardavo attonito la tv.
Ma l'11 settembre ero in redazione.
C'eravamo quasi tutti, in realtà: riuniti in assemblea per votare la fiducia al nuovo direttore. Fummo io e un collega della cronaca giudiziaria i primi ad accorgerci che qualcosa di grosso era successo: sul televisore che ci sovrastava mentre decidevamo se approfittare della pausa per andare a pranzo, Televideo proiettò una singola riga. Diceva: "un aereo si è schiantato contro una delle Torri Gemelle".
La voce si sparse in redazione in meno di un attimo e tutti i televisori si accesero sulla diretta della Cnn. Immagini surreali. "Non può essere vero" diceva qualcuno, "sembra un film". Il notiziario era chiuso, come sempre durante un'assemblea. "Forse dovremmo riaprire la rete" propose qualcuno. Ma c'era chi non era d'accordo: era un'assemblea importante, non si poteva sospendere solo per dare la notizia che un piccolo aereo (questo era quello che si sapeva in quel momento) aveva colpito un grattacielo.
Così stavamo con il naso per aria, domandandoci come fosse stato possibile che in una splendida giornata di sole come quella un pilota fosse stato così incompetente da andare a sbattere contro una torre di acciaio e vetro.
Poi accadde.
Lo vedemmo tutti: il secondo aereo che si schiantava contro la Torre Sud.
E fu il silenzio. Un silenzio che in redazione non ho più sentito. Il silenzio che segue gli eventi incredibili, le immagini che il nostro cervello si rifiuta di registrare come reali o anche solo come verosimili. Nessuno riusciva a dire niente. A fare niente.
La prima voce fu un urlo: "riaprite la rete!".
E in un attimo eravamo tutti ai computer. Non c'era una sola postazione libera: tutti tempestavano furiosamente sulla tastiera, armeggiavano con i mouse cercando di cavare qualche informazione dal web. Ma Internet era paralizzato dal traffico. I miei amici a New York non rispondevano: era impossibile prendere la linea. Persino le agenzie internazionali sembravano in preda al terrore: le stampanti di Reuters ed Efe non vomitavano più la solita valanga di notizie.
Eppure cercavamo dappertutto: negli archivi cartacei per trovare una scheda sul World Trade Center; un riepilogo sul primo attacco del '93 alle Torri Gemelle; un profilo dei principali attentati terroristici. Fu allora che un collega mi si avvicinò con una cartellina azzurra. Sopra c'era scritto: "Al Qaeda". "Sono stati questi qui" mi disse, "c'hanno già provato una volta". Fino a quel momento nessuno aveva neppure pensato a Bin Laden.
Lavoravamo sull'onda dell'adrenalina, tutti. Lavorammo senza sosta: nessuno voleva tornare a casa a riposare per affrontare un turno di notte che era inevitabile. Poi l'adrenalina lasciò il posto alla paura, man mano che le notizie si accavallavano: l'aereo sul Pentagono; quello precipitato in Pennsylvania... Ma anche tanti falsi allarmi, come l'autobomba al Dipartimento di Stato o l'attentato alla Sears Tower e gli attacchi su Los Angeles. Notizie rimbalzate da redazioni in preda al panico e smentite dopo pochi minuti, ma che alimentavano la paura e la sensazione che qualcosa di ancora più terribile dovesse accadere.
Tornai a casa alle quattro del mattino, durante un'offensiva dell'Alleanza del Nord su Kabul. Una coincidenza che fece pensare a un attacco americano. Due giorni prima il comandante Massoud, il Leone del Panshir, era stato ucciso in un attentato. Il mio capo di allora era rimasto più colpito di quanto mi aspettassi. "Hanno ammazzato Massoud" aveva detto, "si sta preparando qualche casino vero". Nessuno immaginava quanto avesse ragione.
A casa mia dormivano tutti. Sonni che apparivano quieti.
Io mi poggiai sul bordo del letto.
E piansi.

giovedì 15 aprile 2010

L'anteprima di To report in streaming

Non è ancora il D-day, ma ci siamo quasi: domani To report sarà presentato in anteprima in occasione di un workshop sulla professione di freelance in occasione il ventennale della scuola di giornalismo di Urbino. Per chi non potrà esserci, ma non vuole perderselo, l'appuntamento è venerdì 16 dalle 18 sul sito di To report per la diretta in streaming.

sabato 11 aprile 2009

Grado zero / 2

Un'esperienza da non fare.


E' quello che mi ha detto uno dei nostri inviati appena tornato dall'area del terremoto. E' uno che nella sua vita ne ha viste di tutti i colori: Mogadiscio, Kabul, Baghdad, Kukes. E che ogni volta ne è tornato con un bagaglio di aneddoti e racconti, a volte persino comici e surreali. E ogni volta dicendo: "un'esperienza da fare".
Ma questa volta non è andata così.
E' peggio della guerra, ha detto. Molto peggio. Non c'è un nemico, non ci sono buoni e cattivi, non c'è nulla che possa preparare all'idea. E' solo dolore e morte e disperazione. Quella di chi ha perso tutto; quella di chi ha scavato per ore a mani nude seguendo una voce che si è fatta sempre più flebile; quella di chi è ancora il sindaco, ma non si sa più di cosa.
I giornalisti sono affamati di disastri, è vero. Ma non di tragedie. Chi pensa che si possa godere a vivere immersi nella disperazione non ha capito niente non solo del mestiere di giornalista, ma della vita.
Le guerre, i terremoti, le alluvioni, generano nella gente la voglia di sapere ed è per soddisfare questa esigenza (che non è sempre necessariamente voyeurismo, come invece sostengono alcuni maitre a penser da Bar dello Sport) che i giornalisti si mobilitano e si accollano di dormire in auto, di passare un paio di giorni senza mettere niente sotto ai denti e di gelare in un camper adibito a redazione anche se a pochi chilometri di distanza ci sono le loro case salde, calde e piene di ogni ben di Dio.
E' vero: si parte carichi di adrenalina. Ma si torna spompati, distrutti, con l'istinto di non far vedere le ferite che assistere a cose terribili ha aperto nell'animo, ma con la faccia che tradisce ogni singolo sentimento.
"Non c'è nessun valore aggiunto nel raccontare una tragedia come questa" mi ha detto l'inviato, "lo fai perché devi e basta. Ma vorresti non averlo mai fatto".

sabato 21 marzo 2009

Requiem per il New York Times

Gira voce che l'Fnsi stia per firmare il nuovo contratto dei giornalisti. Oppure l'ha già fatto e io sono l'unico a non saperlo. Comunque dopo quattro anni di vacanza contrattuale era pure ora. Ma la cosa strana è che questa firma avvenga in quello che forse è il momento storico più complesso per il giornalismo. Non per carenza di informazione - sarebbe un paradosso nell'era di Internet - ma per la fatica che il giornalismo as we know it sta facendo a trovare una nuova dimensione.
Un paio di numeri fa Internazionale ha riportato un lungo articolo di Michael Hirschorn, giornalista sta­tunitense che si occupa di editoria e nuo­vi media e collabora con Atlantic. Suona un po' come un Requiem per il New York Times, ma tiene conto del fatto che prima del quotidiano newyorkese cadranno molti altri bastioni del giornalismo un po' ovunque. Ne riporto uno stralcio, che credo sia il più interessante e che riguarda proprio il destino che attende quella mostruosa quantità di persone che, con la annunciata morte della carta stampata, dovranno reinventarsi una professione. E magari riscoprirla per quello che era in origine.
"Chiaramente, nei primi tempi ci sarà una strage di giornalisti. Se l'80 per cento dei redattori del New York Times sarà licenziato, molti non troveranno un nuo­vo lavoro. Ma a lungo andare, quando i giornalisti non saranno più costretti a occuparsi di moda e società, capiremo perché il vero giornalismo è importante e perché forse vale perfino la pena di pagare per averlo. I giornalisti migliori sopravvivranno e alla fine faranno fortuna. Qualcuno verrà soffiato dall'Huffington Post e dai suoi concorrenti, o perfino da siti d'informazione più piccoli come Talking Points Memo, che tenendo basse le spese generali riescono a offrire un giornalismo di qualità. Qualcuno avrà successo anche come free lance. Firme come Thomas Friedman, Paul Krugman e Andrew Ross Sorkin (il direttore del blog DealBook, che si è rivelato una gallina dalle uova d'oro per il New York Times) acquisteranno un grande valore sul mercato. Per loro e per molti altri, l'esperienza potrebbe rivelarsi inebriante, e forse più redditizia delle battaglie sindacali per ottenere un aumento nel prossimo contratto.
La morte del New York Times sarà un momento commovente e un duro colpo per il giornalismo americano. Una catastrofe? A lungo termine probabilmente no."

martedì 29 aprile 2008

Meno male che c'è Anna

Quante volte negli ultimi giorni avete sentito l'espressione 'americanizzazione della politica'? Troppe. Mi domando chi è quel genio che ha coniato per la prima volta questa definizione. Perché in Italia per americanizzazione della politica non si intende mica il fatto che ogni rappresentante (senatore, deputato, governatore o sindaco) deve rendere fatalmente conto delle proprie scelte non solo al proprio elettorato ma a tutto il Paese o quanto meno allo Stato o alla Città che è chiamato ad amministrare. No! Per americanizzazione in Italia si intende una cosa ben più banale (e che in America è la più controversa degli ultimi anni): la divisione in due grandi schieramenti. Segno, ancora una volta, della profonda incomprensione che c'è in Italia nei confronti degli Stati Uniti. Per cui diventa facile definirsi anti americani o filo americani senza neppure essere in grado di dare una spiegazione ragionata di questa scelta di campo.
A tutti quelli che, come me, amano, rispettano e ammirano l'America ma non ne vogliono ignorare le complessità e le contraddizioni, suggerisco di seguire con attenzione Anna Guaita, corrispondente del Messaggero da New York. Per quelli che si perdono i suoi articoli c'è il blog: www.ilmessaggero.it/home_blog.php?blg=P&idb=310&idaut=9 assolutamente illuminante nelle analisi e coinvolgente nei racconti. Una giornalista come vorrei essere io.