Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

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domenica 11 settembre 2011

Undici Settembre

C'è voluto un po' di tempo prima che mi rendessi conto che l'11 settembre del 2001 avevo avuto una specie di privilegio. Avevo vissuto quella giornata e non ne ero stato un semplice spettatore. Credo che oggi nessuno possa dire in realtà di essere stato alla finestra a guardare mentre il mondo che conoscevamo andava in frantumi. Neppure il più cinico tra i cinici, neppure quelli che l'indomani con sulle labbra un mezzo sorrisetto da calcinculo dicevano "però, che botta per l'America", possono dire di non aver vissuto qualcosa dentro e non solo nello sguardo.
Però io quel giorno ero in redazione.
Dopo le stragi del '92 capitava di parlare della morte di Falcone e Borsellino e chiedere - o sentirsi chiedere - cosa si stava facendo quando la notizia era arrivata. Allora ero a casa e guardavo attonito la tv.
Ma l'11 settembre ero in redazione.
C'eravamo quasi tutti, in realtà: riuniti in assemblea per votare la fiducia al nuovo direttore. Fummo io e un collega della cronaca giudiziaria i primi ad accorgerci che qualcosa di grosso era successo: sul televisore che ci sovrastava mentre decidevamo se approfittare della pausa per andare a pranzo, Televideo proiettò una singola riga. Diceva: "un aereo si è schiantato contro una delle Torri Gemelle".
La voce si sparse in redazione in meno di un attimo e tutti i televisori si accesero sulla diretta della Cnn. Immagini surreali. "Non può essere vero" diceva qualcuno, "sembra un film". Il notiziario era chiuso, come sempre durante un'assemblea. "Forse dovremmo riaprire la rete" propose qualcuno. Ma c'era chi non era d'accordo: era un'assemblea importante, non si poteva sospendere solo per dare la notizia che un piccolo aereo (questo era quello che si sapeva in quel momento) aveva colpito un grattacielo.
Così stavamo con il naso per aria, domandandoci come fosse stato possibile che in una splendida giornata di sole come quella un pilota fosse stato così incompetente da andare a sbattere contro una torre di acciaio e vetro.
Poi accadde.
Lo vedemmo tutti: il secondo aereo che si schiantava contro la Torre Sud.
E fu il silenzio. Un silenzio che in redazione non ho più sentito. Il silenzio che segue gli eventi incredibili, le immagini che il nostro cervello si rifiuta di registrare come reali o anche solo come verosimili. Nessuno riusciva a dire niente. A fare niente.
La prima voce fu un urlo: "riaprite la rete!".
E in un attimo eravamo tutti ai computer. Non c'era una sola postazione libera: tutti tempestavano furiosamente sulla tastiera, armeggiavano con i mouse cercando di cavare qualche informazione dal web. Ma Internet era paralizzato dal traffico. I miei amici a New York non rispondevano: era impossibile prendere la linea. Persino le agenzie internazionali sembravano in preda al terrore: le stampanti di Reuters ed Efe non vomitavano più la solita valanga di notizie.
Eppure cercavamo dappertutto: negli archivi cartacei per trovare una scheda sul World Trade Center; un riepilogo sul primo attacco del '93 alle Torri Gemelle; un profilo dei principali attentati terroristici. Fu allora che un collega mi si avvicinò con una cartellina azzurra. Sopra c'era scritto: "Al Qaeda". "Sono stati questi qui" mi disse, "c'hanno già provato una volta". Fino a quel momento nessuno aveva neppure pensato a Bin Laden.
Lavoravamo sull'onda dell'adrenalina, tutti. Lavorammo senza sosta: nessuno voleva tornare a casa a riposare per affrontare un turno di notte che era inevitabile. Poi l'adrenalina lasciò il posto alla paura, man mano che le notizie si accavallavano: l'aereo sul Pentagono; quello precipitato in Pennsylvania... Ma anche tanti falsi allarmi, come l'autobomba al Dipartimento di Stato o l'attentato alla Sears Tower e gli attacchi su Los Angeles. Notizie rimbalzate da redazioni in preda al panico e smentite dopo pochi minuti, ma che alimentavano la paura e la sensazione che qualcosa di ancora più terribile dovesse accadere.
Tornai a casa alle quattro del mattino, durante un'offensiva dell'Alleanza del Nord su Kabul. Una coincidenza che fece pensare a un attacco americano. Due giorni prima il comandante Massoud, il Leone del Panshir, era stato ucciso in un attentato. Il mio capo di allora era rimasto più colpito di quanto mi aspettassi. "Hanno ammazzato Massoud" aveva detto, "si sta preparando qualche casino vero". Nessuno immaginava quanto avesse ragione.
A casa mia dormivano tutti. Sonni che apparivano quieti.
Io mi poggiai sul bordo del letto.
E piansi.

domenica 22 marzo 2009

Hurray, it's draft day!

E' fatta! Le facce soddisfatta (la sua) e allucinata (la mia) che vedete sono conseguenza della consegna dell'ultima bozza del nuovo romanzo. Il file è già arrivato alla tipografia della Piemme a Verona, anticipato di un paio di giorni da quello della copertina.
Lei, ve la presento, è Rosa Polito, punta di diamante insieme al mitico Gian Franco Coppola (ma quella è un'altra storia) della cronaca giudiziaria dell'Agi. Molti, moltissimi scoop di cui avete letto sui giornali sono in realtà farina del suo sacco. Il suo nome comparirà solo nel frontespizio, ma senza di lei questo nuovo romanzo non potrebbe esistere.
E' un progetto che per mesi abbiamo portato avanti in una specie di semisegretezza, seminando spiegazioni a mozzichi e bocconi a chi ci chiedeva cosa stessimo combinando. Ora è fatta. Titolo e tema? Nooo, i dettagli li riserviamo per la prossima volta.

venerdì 18 luglio 2008

La testata di Ingrid

Bisogna dire la verità: di Ingrid Betancourt eravamo tutti un po’ stufi. Prima che la liberassero, intendo dire. Dopo tanti anni di falsi allarmi, false speranze, voci di malattie, appelli e fasulle mediazioni targate Hugo Chavez non ne potevamo davvero più. In qualunque redazione esteri di qualunque giornale – a eccezione forse di Avvenire, il Manifesto e Liberazione cui va tutta la mia ammirazione per la tenacia dimostrata –nessuno credeva più che la senatrice colombiana sarebbe tornata viva. E se si parlava di una visita in Italia di qualche mamma, sorella o figlia c’era sempre qualcuno che sbuffava un Uffa, ancora!
Poi è successo qualcosa di simile a un miracolo: la Betancourt è tornata libera e senza che fosse necessario sparare un solo colpo. Fantastico! Entusiasmo generale; noi dell’Agi abbiamo dato per primi la notizia e quindi eravamo particolarmente gasati. Viva Ingrid! Viva il glorioso esercito della Colombia (anche se viola la Convenzione di Ginevra usando il simbolo della Croce Rossa per un’operazione militare).
Tutti quelli che un tempo si annoiavano a scrivere dell’ennesimo appello di mamma/sorella/figlia ora tempestavano la tastiera pieni di voglia di fare. Tutti lì a inventarsi una scheda da buttare in rete per raccontare al meglio la vicenda. “Serve una la cronologia del sequestro” si urlava. “Chi fa la biografia della Betancourt?” si rispondeva. “Manca un profilo delle Farc” strillavano i capiredattori. “Chi sa ricostruire la dinamica della liberazione?” chiedeva qualcuno, tanto per contribuire a seminare il panico.
Poi, come sempre accade, anche questa è passata. Con cappello e gilet militare la Betancourt ha improvvisato una conferenza stampa, ha maledetto i suoi carcerieri e ringraziato la Madonna e l’esercito. E tutti abbiamo cominciato a sperare che, se Dio vuole, della storia delle Farc si è finalmente cominciato a scrivere il capitolo finale.
Ma in realtà non è finita lì. Perché invece di godersi la prole ritrovata e un po’ di meritato riposo, la senatrice ha cominciato a parlareparlareparlare. Come darle torto del resto? Per sua stessa ammissione le conversazioni con i guerriglieri erano aberranti e in tutte quelle ore passate a non far nulla tonnellate di idee devono esserle frullate nella mente. E’ giusto dar loro sfogo.
E noi lì a scrivere, attoniti testimoni della mutazione di questa donna, che ricordavamo radical-sciroccata e che ci siamo trovati a paragonare a Nelson Mandela. A essere celebrata come la speranza di riconciliazione di un Paese dilaniato da una guerra civile interminabile. E ci abbiamo creduto un po’ anche noi, pure se qualche atteggiamento della ‘nuova’ Ingrid ci lasciava un po’ perplessi.
Fino alla testata.
Cito testualmente: «Ho adorato la testata di Zidane a Materazzi, credo che anch'io avrei fatto lo stesso. E me la sono presa con quelli che lo hanno criticato».
Ora le questioni sono due: o lo spin-doctor della Betancourt era andato a dormire e l’aveva lasciata libera di dichiarare tutto quello che le passava per la testa o questa è la vera, nuova Betancourt con cui dobbiamo avere a che fare. Viene il dubbio che affidare le proprie speranze di riconciliazione a qualcuno che giustifica e ‘adora’ la vendetta a testate delle offese ai propri familiari non sia proprio la mossa giusta.
Ma forse è ancora presto per giudicare. Forse lo shock di tornare in libertà dopo sei anni non si è ancora dissolto e magari dopo otto giorni si può giustificare una sparata di questo calibro.
Certo è che buona parte della solidarietà che la Betancourt si era conquistata anche in Italia si è dissolta nel volger di una battuta infelice; perché se la sorella di Zidane non si tocca, neppure con la Coppa del Mondo si può scherzare più di tanto.
Ammesso che la nuova Ingrid stesse scherzando.