Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

mercoledì 14 maggio 2008

Le piccole macchine da medaglia di Shichahai

Mettete una cinquantina di bambini in una palestra di atletica; che cosa vi aspettate che succeda? Correranno ad arrampicarsi sulle corde e sulle travi, sulle spalliere svedesi; salteranno come grilli sui cuscini e tutto sarà condito da strilli e risate.
Non è così nella Scuola Sportiva di Shichahai, la più prestigiosa di Pechino e una delle 221 che nel Paese preparano gli atleti destinati a rappresentare la Repubblica Popolare nelle competizioni internazionali. In 25 anni di storia, la Shichahai ha conquistato 38 titoli tra campionati del mondo e medaglie olimpiche. Non è poco, se si tiene conto che stiamo parlando di una sola scuola.
Con una falsa modestia che non è comune tra i funzionari cinesi, Xiao Pei, vicesegretario generale del Bocog mi ha detto che non si aspetta troppo dagli atleti cinesi in queste Olimpiadi. I cinesi, sostiene, non hanno la struttura muscolare sviluppata degli occidentali o degli africani e per questo sono condannati per chissà quante generazioni a ruoli di secondo piano nell'atletica. Balle, dico io, perché ho visto come vengono allenati i bambini alla Shichahai e se la tenacia nella preparazione è andata di pari passo con il miglioramento dell'alimentazione degli ultimi dieci anni, ci ritroveremo sui circuiti olimpici di Pechino dei 17-20enni che daranno filo da torcere ai più muscolosi atleti occidentali.
Sono convinto che la Cina e la Russia si spartiranno il medagliere: sono i Paesi che hanno una maggiore determinazione ideologica a imporsi sullo sport, a fronte delle motivazioni più o meno commerciali che spingono gli atleti occidentali. Quando osservo in campo un atleta occidentale lo vedo sempre come un singolo determinato a far valere la propria individualità, ma i cinesi mi hanno sempre dato l'impressione di voler più di chiunque altro fare sistema, portando sul podio non solo la propria abilità, ma la dimostrazione che con loro c'è tutto un Paese pronto a imporsi.
Per questo vedere che il proprio figlio è stato ammesso alla scuola Shichahai è un privilegio per ogni genitore, ma mi domando quanto lo sia anche per questi bambini. Ho visto un bimbo di sei anni fare gli addominali alla spalliera svedese come un ventenne palestrato. E ho provato una gran tenerezza perché mi sono chiesto cosa ne sarà di lui se non riuscirà a raggiungere l'obiettivo che gli è stato posto. Cosa accadrà se non riuscirà a salire sul podio o se, passati gli anni e dimenticato il momento d'oro, anche lui sarà costretto a vendere le medaglie per campare.
Magari mi sbaglio, ma ho rivisto un'immagine che pensavo fosse finita in archivio per sempre: quella delle atlete della Germania dell'Est dopate e pompate come zucchine al punto da non avere più nulla: né femminilità, né una vita vera. Magari mi sbaglio, ma vi assicuro che tra quei bambini che si allenavano - anche da soli e per tre ore e mezzo ogni pomeriggio - nella suola Shichahai non ho visto un solo sorriso. Né ho sentito un solo strillo di gioia.

martedì 13 maggio 2008

Calderoli eroe di Danimarca

Gli islamici hanno rotto le palle, ma tanto ci penseranno i cinesi a fagocitarci tutti. Detta così sembra un po' brutale, ma è l'estrema sintesi della conclusione cui siamo giunti a fine tour. Dopo una spettacolare cena in un ristorante nel Tempio del Sole, un po' brilli per i brindisi che il nostro ospite - il vicesegretario generale del Bocog - imponeva a ritmi impressionanti, ci siamo ritrovati in un bar (a bere Coca Cola, questa volta) a fare i conti di questa esperienza straordinaria. E abbiamo scoperto senza tanta sorpresa che tutti - australiani, canadesi, danesi, italiani e britannici - condividiamo esattamente le stesse paure e abbiamo negli occhi gli stessi scenari futuri.
Che poi coincidano con le previsioni fatte da Samuel Huntington in Scontro di civiltà è un altro paio di maniche ed è ancora più inquietante.
In Inghilterra la paura degli 'home-grown terrorists', i kamikaze allevati a fish & chips e che evidentemente mostrano di non apprezzare appieno le peculiarità del mondo occidentale, viene affrontata con una buona dose di flemma britannica. Ma - come ci ha detto Kevin - la paura è sempre paura e la diffidenza ha spento i già pochi sorrisi che i Tommy riservavano agli islamici.
In Danimarca la questione è ancora più delicata. Credo sia l'unico Paese dell'Ue (e con buone probabilità dell'intero pianeta) che ami Calderoli. Fate bene a sgranare gli occhi, ma anche questo paradosso ha una sua valida motivazione. Quando in Danimarca scoppiò il casino delle vignette su Maometto, i danesi si aspettavano dai Paesi dell'Unione un'ondata di solidarietà incondizionata che non è venuta. La delusione - ci ha spiegato Lars - si è mischiata alla rabbia e ha generato una nuova ondata di intolleranza. Se la pubblicazione delle vignette era nata come volontà di affermare la propria libertà e indipendenza dai fondamentalismi, il fatto di scoprirsi isolati nel cuore di quella stessa Unione europea che avrebbe invece dovuto stringersi intorno a Copenhagen senza alcuna riserva ha spinto gli estremisti a rivendicare le proprie ragioni e i danesi moderati a schierarsi con quelli che sostengono la necessità di difendere la propria cultura dall'aggressione dell'Islam.
Non voglio stare qui a discutere sull'aggressività o meno dell'Islam, ma mi hanno fatto riflettere le parole di Lars. "Sai chi è che abbiamo veramente apprezzato, chi abbiamo amato?" mi ha detto, "il vostro Calderoli perché è stato l'unico che ha avuto il coraggio di mostrare che nessuno può permettersi di dirci cosa possiamo e non possiamo dire. So bene che non lo ha fatto per difendere noi danesi - di cui non gli importa nulla - ma solo per un proprio tornaconto politico, ma quando l'abbiamo visto mostrare una delle vignette stampata sulla sua maglietta ci siamo sentiti un po' meno soli". Lars ha senza dubbio ragione a dire che dietro la mossa di Calderoli non c'è alcuna reale simpatia per Copenhagen, ma c'è un'altra immagine che mi ha dato e che serve a rendere lo sgomento della Danimarca di fronte all'offensiva oscurantista e bieca dell'Islam radicale: una foto pubblicata a tutta pagina da un giornale in cui un bambino musulmano fa la pipì sulla bandiera danese mentre una folla di uomini invasati lo applaude. E una donna danese con in braccio il suo bambino che guarda attonita quella foto senza capire come si sia potuti arrivare a tanto.

venerdì 9 maggio 2008

Marito ricco e basso cercasi, disperatamente

Non conosciamo la Cina. Non parlo di conoscenza accademica, ma di quella che in inglese si chiama mutual understanding e in base alla quale, in un mondo perfetto, una cultura conosce, comprende e sa gestire le esigenze di un'altra. Per quanto Federico Rampini possa essere bravo a darci un'infarinatura di questo mondo o per quanto possano fare gli studiosi dell'istituto Confucio, nulla potrà spiegarmi più di quanto ho imparato in una singola conversazione con Kate.
Kate fa parte dello staff del Bocog e - come tutte le ragazze cinesi che ho conosciuto - è dolce e gentile. Ma a differenza delle altre è disperata. Quando le abbiamo chiesto se era sposata lei ha risposto: "no, non mi sono mai sposata". Come se ormai fosse un capitolo chiuso. E per lei lo è: a trent'anni suonati se non hai ancora trovato un marito, in Cina sei destinata a una vita da zitella. Da zitella, attenzione, e non da single, perchè essere single suona cool, una scelta personale. Invece Kate semplicemente non ha scelto. Non ha trovato un marito ricco, ben sistemato e che fosse più basso di lei! Perchè se da una parte in Cina le donne cercano uomini con una buona posizione sociale e un buon reddito, dall'altra gli uomini cercano donne più alte di loro e con una pelle diafana. Posso capire una donna che cerca un uomo ricco, ma mi sfugge perchè un uomo debba cercare di emulare Tom Cruise ai tempi del suo matrimonio con Nicole Kidman. "Perchè avere una moglie alta rende i cinesi orgogliosi" mi ha risposto Kate. E lei, che proprio altissima non è e ha la pelle piuttosto scura, sembra non avere speranze. Sta scoppiando dalla voglia di fare un figlio e una speranza rispetto alla prospettiva di solitudine che le si profila davanti gliel'ha data Lars, un giornalista danese che viaggia con noi. Le ha scritto un elenco di siti "farmers dating": contadini danesi che cercano una moglie e lo fanno su Internet. Molte filippine, mi ha detto Lars, trovano marito così in Danimarca.
Ma io mi domando perchè una persona istruita, che parla un ottimo inglese e ha un'ottima educazione debba sposare un contadino danese solo perchè è troppo bassa e scura di carnagione.
No, non conosciamo affatto la Cina.

giovedì 8 maggio 2008

L'allegro soffiare sul fuoco del nazionalismo cinese

Continuo a scrivere, ma non riesco a immaginare come vengano fuori i miei post, quindi se ci sono degli orrori di impaginazione e refusi vari perdonatemi!
Oggi una delle nostre accompagnatrici - Michelle Xiao - mi ha confessato che l'impressione che ho avuto in questi quattro giorni è fondata. Migliaia di cinesi espatriati stanno tornando in Cina per dare una mano all'organizzazione delle Olimpiadi. Si tratta di persone peziosissime per la loro padronanza dell'inglese e per la profonda conoscenza delle realtà occidentali. Michelle, per esemoio, ha vissuto per quattro anni in Australia. Il suo inglese ha un simpatico accento 'aussie', ma è cinese come un involtino primavera ed è orgogliosa di esserlo. Il suo caso però è molto diverso da quello di Danni, che è nata in Australia, a sei anni si è trasferita in Canada, a 12 è tornata in Cina per imparare bene il cinese, poi è ritornata in Canada e da qualche mese è a Pechino al servizio del Bocog, il comitato organizzatore dei Giochi.
Danni è molto in gamba, ma quello che mi ha veramente stupito è il suo nazionalismo sfrenato. Il suo orgoglio di essere cinese e di abitare in una città che sta vicendo un'esperienza così straordinaria (e rivoluzionaria) va molto oltre la semplice propaganda. Quello che l'Occidente ha fatto, minacciando il boicottaggio dei Giochi e permettendo che la staffetta della fiaccola si trasformasse in una farsa superblindata, è stato alimentare questo nazionalismo che si è diffuso più velocemente di quanto le stesse autorità avessero previsto. Se una ragazza di venticinque anni che ha vissuto per la quasi totalità della propria vita in posti come l'Australia e il Canada sviluppa un senso di appartenenza così forte, allora non solo il Dalai Lama dovrà vedersela con una Cina ancora più arrabbiata con chi sta cercando di rovinarle la festa, ma tutti noi avremo a che fare con una gigante che non si sente compreso e che - ci piaccia o no - presto terrà tra le dita i cordoni della borsa.
P.S.: una curiosità: Michelle non è il suo nome: per facilitare le cose agli occidentali lo staff del Bocog che è a stretto contatto con i 'westners' si è scelto un nome più familiare. Michelle si chiama in realtà Ling.

I tibetani non si lamentano!

Quello che segue è il pezzo che ho scritto per l'Agi sulla visita ai tibetani filo-cinesi del Tibetan Research Center di Pechino

(AGI) – Pechino, 8 mag. – Il Dalai Lama ha ingannato la comunita' internazionale; non ha idea di come il Tibet si sia trasformato negli ultimi 50 anni e non tiene conto del fatto che l'80 per cento dei tibetano non vuole saperne dell'indipendenza dalla Cina. Per non parlare delle proteste di Lhasa, "guidate dalla cricca del Dalai Lama e condotte da una minoranza scontenta e da criminali incalliti". E' un fuoco di fila quello che gli studiosi del China tibetology research center riservano al leader buddhista e ce n'è anche per la stampa europea che, dicono, si e' concentrata troppo sull'aspetto religioso e non ha preso in considerazione i progressi economici e sociali che il Tibet ha conosciuto sotto la dominazione cinese.
"Se davvero si vuole conoscere il Tibet, non bisogna documentarsi sui blog, ma con approfondite ricerche sul campo dice all'Agenzia Italia Tenzin Ganpa, vicedirettore del Centro creato 23 anni fa e finanziato dal governo di Pechino, "il turismo e il giornalismo non sono ricerche vere. La stampa occidentale si ostina a sentire solo una campana, quella suonata da 100mila esuli, e non si preoccupa di ascoltare sei milioni di tibetani che vivono in Cina.
"Il governo centrale" aggiunge Tenzin, "ha diversi canali per conoscere gli umori e i desideri della popolazione, ma esprimerli con i disordini non e' ammissibile in nessuna parte del mondo. In occidente si dice che la gente manifesta perche' non e' contenta delle condizioni di vita, ma le nostre ricerche dimostrano che non e' cosi'. L'80 per cento della popolazione non vuole saperne dell'indipendenza dalla Cina, perche' per ogni 10 yuan (un euro, ndr) investiti in Tibet, 9 vengono dal governo centrale. Sarebbe assurdo se i tibetani volessero vivere con il 10 per cento di quello che hanno adesso e rinunciare a privilegi come quello di una casa piu' grande di quella che puo' permettersi una famiglia media di Pechino grazie al progetto di edilizia popolare che e' stato avviato a Lhasa. Anche tra gli esuli pochi sono a favore dell'indipendenza e prova ne e' che molti sono tornati per investire nella loro madrepatria le ricchezze accumulate all'estero".
Ma e' sulla 'cricca del Dalai Lama' – un'espressione entrata ormai nel gergo dei funzionari cinesi – che si concentrano le accuse. "In origine la parola 'indipendenza' neppure compariva nel vocabolario tibetano" ha aggiunto Tenzin, "e il titolo stesso di Dalai Lama deriva da una tradizione di patriottismo che egli ha tradito. Non si puo' paragonare quello che il Dalai Lama dice alla situazione reale: egli manca dal Tibet da 50 anni e la regione si e' completamente trasformata. Perché non da' ascolto a quello che al popolazione locale vuole oggi?"
Tanzin insiste piu' volte sulla coincidenza tra l'anniversario dell'esilio del Dalai Lama e lo scoppio dei disordini a Lasa. "Non e' stata una manifestazione spontanea, ma organizzata con largo anticipo" dice, "i manifestanti, tra i quali c'erano molti pregiudicati per reati gravi, hanno usato oggetti che non si trovano per le strade di Lhasa e che sono stati evidentemente portati con uno scopo. I giovani che coinvolti hanno poi ammesso di essere stati convinti a lasciarsi andare alle violenze. Anche coloro che hanno disturbato la marcia della torcia sono poche centinaia di indipendentisti che non godono del sostegno di nessuno". (AGI)

mercoledì 7 maggio 2008

Finalmente... broadcasting live da Pechino

Finalmente sono riuscito ad avere accesso al blog! Sono a Pechino da tre giorni e speravo di riuscire a fare dei quotidiani, dettagliati reportage su quello che vedo, ma riuscire a entrare su blogger è un'impresa. Avrei dovuto immaginarlo, direte voi. Probabilmente sì.

Sono embedded in un tour del Bocog, il comitato per l'organizzazione dell'Olimpiade 2008, e ne ho viste di tutti i colori. Alcuni di voi avranno ascoltato i miei collegamenti con Jefferson Ming, la trasmissione di Radio24 che va in onda alle 16. Ma andiamo con ordine.

Gli stadi, innanzitutto.

Ho visto il celeberrimo 'bird nest'. Qualunque altro nome vi abbiano suggerito o propinato, è sbagliato: l'immagine, inconfondibile e innegabile, è quella di un nido d'uccello. La foto qui a fianco, del resto, non mente. Ho visto anche il magico 'water cube', la struttura che ospita la piscina e che dall'esterno appare esattamente come un cubo di plexiglas pieno di acqua shakerata.


Ma, sorpresa delle sorprese, non ho potuto visitarne l'interno. Ogni volta che io e i miei compagni di viaggio chiedevamo agli organizzatori di vedere queste meraviglie dal di dentro, ci veniva fornita una scusa diversa. Ve le elenco:

- stanno rifacendo la pavimentazione
- sono in corso delle gare di prova
- stanno sostituendo i bagni alla turca con delle tazze all'europea (sic!)
- dovevamo chiederlo prima

Ora non so quale di queste scuse sia più inverosimile, ma un paio di settimane fa il Bocog ha annunciato con grande enfasi che tutte le strutture erano state completate. La mia impressione è che sia stato un annuncio 'all'italiana': il fuori è pronto (e dà un grandioso colpo d'occhio), ma per l'interno sono ancora un po' in alto mare. Ma magari mi sbaglio e sono il solito giornalista occidentale malpensante.


Domani ci sarà un incontro al Tibetan research center: i tibetani amici di Pechino. Vi racconterò di loro e di tante, tantissime altre cose: dei miei pittoreschi compagni di viaggio; della scuola di sport di Shichahai, dei bambini della scuola elementare che ci hanno accolti come se fossimo una delegazione diplomatica e di cosa pensa di tutta questa faccenda del Tibet una cinese nata in Australia, cresciuta in Canada e tornata in Cina dopo più di vent'anni.

giovedì 1 maggio 2008

SCEGLI IL CAST PER IL FILM 'IL CORRUTTORE'

Sarebbe una bugia se dicessi che non ci ho pensato: un film da 'Il Corruttore'. Ci penso in continuazione, in realtà! E Andrea nel suo commento sembra avermi letto nel pensiero. Ecco cosa scrive:
"...dopo aver finito, sono rimasto mezz'ora a pensare a chi erano gli attori del film che naturalmente e automaticamente si trae dal libro, perché questa è la seconda considerazione immediata che mi è venuta: è perfetto per un film, tanto che sono certo che tu ci abbia già pensato".

Poi lancia una sfida:

"...e dunque propongo: Vittorio = Fabrizio Bentivoglio; il padre di Vittorio = Michele Placido; Elisa = Sandra Ceccarelli; Ruggero Pietrasanta = Nanni Moretti; Livia Pietrasanta = Laura Morante; Mantineo = Giancarlo Giannini; Giampiero = Alessandro Gassman; Flavio = Alessio Boni; Teo = Sergio Rubini..."

Poteva restare senza risposta? Rilancio con:

Vittorio Tanlongo - Alessandro Gassman
Il padre di Vittorio - Carlo Croccolo
Elisa Voisin - Giovanna Mezzogiorno
Ruggero Pietrasanta - Toni Servillo
Livia Pietrasanta - Laura Morante
L'avvocato Mantineo - Gilberto Idonea
Flavio Respighi - Alessio Boni
Teo - Sergio Rubini

P.S.: forse però bisognerebbe prima trovare un produttore!