Due Madri - il booktrailer - in libreria dal 14 aprile

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sabato 29 maggio 2010

Tornare a Palermo

Leggo del nuovo libro di Giorgio Vasta: 'Spaesamento'. Me ne ha accennato qualcosa in un incontro casuale e frettoloso che abbiamo avuto a Palermo qualche mese fa. 'Il tempo materiale' mi è piaciuto molto e da tempo seguo Contromano di Laterza, grazie soptrattutto alle imperdibili uscite di Roberto Alajmo. Quindi questo 'Spaesamento', che esce proprio per la collana di Laterza, porta con sé una doppia garanzia. Ho trovato l'incipit in rete e mi sono stupito - non troppo per la verità - nello scoprire di condividere con Giorgio (oltre alla città di nascita, il quartiere dove siamo cresciuti, il Liceo e la sezione) lo stesso straniante sentimento ogni volta che usciamo dal finger nell'aerostazione di Punta Raisi. E che è mirabilmente descritto nelle poche righe che trovate qua: Spaesamento

lunedì 29 marzo 2010

Un 'motoore' immobile

Avevo dimenticato di aver lasciato in sospeso quella faccenda del motore. Oggi forse dovrei scrivere di elezioni, ma chi segue questo blog sa che non amo essere così aderente alla quotidianità. Del resto il bello di un blog è poter scrivere quello che passa per la testa seguendo più i propri pensieri che il mainstream delle notizie del giorno. La 'faccenda del motore' la trovate accennata qua, ma dato che una promessa è una promessa, è giusto sviscerarla.
Tocca parlare ancora una volta dell'assolutismo dello slang palermitano che si manifesta in due modi: la pretesa che tutti sull'orbe terracqueo lo comprendano e la convinzione che in una sola parola si possa includere una mezza dozzina di significati, anche se farebbero orrore al più scamuffo dei dizionari.
E qui si arriva al motore. Che, per essere compreso appieno, deve essere pronunciato motoore, come se sulla o ci fosse uno di quegli astrusi segnetti fonetici che costringono ad allargare la vocale spalancando un po' la bocca come in preda a profondo stupore (potete pronunciare stupoore, se volete).
Il motoore è da Bolzano a Cefalù una "macchina motrice che ha la proprietà di fornire in uscita un lavoro meccanico utile". Generalmente ha da uno a 'n' pistoni e se non ha ruote, eliche o qualcosa di simile non porta da nessuna parte. Tranne che a Palermo, dove il motoore sfreccia nelle sue cilindrate più varie in ogni strada, vicolo o pirtuso perché di ruote ne ha due.
Anch'io avevo un motoore. Anzi, ne avevo tre. Un Garelli del 1978, una Vespa 125 (bummiata 200) del 1980 e una Yamaha del 1998. Erano tutti diversi, ma erano tutto motoori. Lo era il Garelli (che secondo il codice della strada è un ciclomotore); lo era il Vespone (che è uno scooter) e la Yamaha (che è una motocicletta). Il bello è che la mia Yamaha non era neppure una motocicletta, ma uno Why, una specie di scooter magro che non era affatto male. Però quando mi si chiedeva "che motore hai?" io rispondevo vago "una Yamaha" perché in cuor mio avevo sempre desiderato una XT 600 R e per 500mila lire avevo dovuto ripiegare sul Vespone.
Quello che accadeva, in realtà, era che il lessico panormita veniva in soccorso delle mie ambizioni frustrate: con quella parola così vaga - motoore - riuscivo a far passare un trispito per una discreta bestia da 42 cavalli. Ammucciando la munnizza con scenografie di cartone, come solo i palermitani sanno fare.

martedì 9 febbraio 2010

Cosa pago?

Anni fa (un milione di anni fa) durante una delle mie prime sortite romane, poiché rischiavo di saltare una fermata d'autobus urlai a squarciagola al conducente: "BUSSOLA!". A Palermo qualunque buon autista si sarebbe fermato e avrebbe aperto le porte per lasciarmi scendere. A Roma, invece, fu come se avessi urlato un parola priva di senso, tipo "rigorifero" o "bicicletta" e l'autiere (contrazione capitolina della parola autoferrotramviere) tirò dritto. A prescindere dal fatto che sul dizionario il termine bussola indica anche le porte dell'autobus, da allora mi sono trovato spesso a riflettere sull'autoreferenzialità dello slang siciliano. Non sul siciliano, che in qualche modo è una lingua a sé, ma sull'italiano dei siciliani e dei palermitani in particolare. Soprattutto su alcuni costrutti ostentati nelle occasioni più varie. Se, ad esempio un palermitano va al bar, al momento di pagare dice al cassiere "cosa pago?". Il che è assolutamente privo di senso, perché chi meglio del cliente può sapere cosa ha consumato? Mi è stato spiegato da chi è più palermitano di me che si tratta di una forma linguistica di tutela che si può comprendere solo osservando la mimica che segue la frase in oggetto. Dopo che il cliente ha chiesto "cosa paga", il cassiere alza un sopracciglio verso il banconista che ad alta voce fa il dettaglio della consumazione: "un cappuccino, due caffè e una ines con la ricotta" (ines è la storpiatura - altra prerogativa panormita - della parola iris con cui si indica una specie di krapfen alla ricotta) di modo che il cliente dimenticando, ad esempio, uno dei caffè non abbia a fare la figura di quello che ci sta provando. In alternativa la formula può essere "se lo paga questo caffè?" la cui origine, francamente mi è oscura.
Nonostante i palermitani siano profondamente convinti del'universalità del loro idioma, queste due esotiche formulazioni non valgono a tutte le latitudini. Così questa mattina, quando mi sono trovato a fare colazione a uno dei bar dell'aeroporto di Fiumicino per smaltire almeno parte dell'incazzatura per la partenza in ritardo del volo 921 ho assistito al seguente scambio di battute tra un Palermitano Cosmopolita (PC) e un Barista Scoglionato (BS):
PC: Cosa pago?
BS: E che ne so? Che hai magnato?
PC (spiazzato): Allora se le paga due cioccolatte (con due t) e tre cornetti?
BS: Me le pago? Ma le pagherai te!
Il PC, ancora più spiazzato e forse un po' infastidito dall'insolenza del banconista, ha saldato il suo debito mentre io sghignazzavo e mi sintonizzavo tempestivamente su un'altra conversazione panormita: quella tra una turista mordi e fuggi e un studentessa fuorisede. Quest'ultima cercava di spiegare alla turista perchè a Roma "si può girare solo in motore". Sulla differenza tra motore, ciclomotore e motocicletta ci soffermeremo in futuro.

giovedì 9 aprile 2009

Grado zero / 1

Pagine amare e pagine dolorose e strazianti. Ma anche pagine surreali, come quella che segue.
Un imprenditore palermitano vuole donare un milione di euro per ricostruire l'ospedale de L'Aquila.
Peccato che quei soldi siano sotto sequestro.

Un imprenditore di Palermo condannato in primo grado a 9 anni per riciclaggio, Giovanni Costa, 55anni, vorrebbe donare 500 mila euro per la ricostruzione dell'ospedale de L'Aquila. ma il suo patrimonio da circa 10 milioni e' stato sequestrato dalla Procura. La donazione risulta dunque assai difficile. Sulla richiesta di Costa di svincolare la somma da uno dei suoi depositi bancari dovranno esprimere un parere la Procura generale di Palermo e il curatore dei beni sequestrati, Nicola Ribolla. Costa, che da tempo risiede a Bologna, e' stato condannato perché avrebbe riciclato il denaro di alcuni mafiosi e quello proveniente dalla truffa ordita da Giovanni Sucato, il cosiddetto "mago dei soldi" che nei primi anni '90 raggiro' centinaia di palermitani promettendo di restituire raddoppiato in pochi giorni il denaro che gli veniva affidato.
"Sono rimasto molto impressionato del terremoto in Abruzzo. Mi hanno colpito le immagini dell'ospedale crollato a L'Aquila, e i bambini senza casa e senza scuola. Per questo motivo ho deciso di donare da 500 a un milione di euro per ricostruire l'ospedale o una scuola" ha detto Costa che vuole donare un milione di euro. "I soldi sono miei - dice - anche se sono sotto sequestro giudiziario. La mia vicenda processuale non c'entra nulla con la mia intenzione di donare e aiutare chi soffre per il terremoto. Per questo ho chiamato i miei avvocati e il custode giudiziario affinché'questa somma sotto sequestro possa essere destinata a fare del bene". "Ci tengo a precisare - conclude - che i beni, prima del dicembre 1990, sono stati in mio possesso e non sono mai stato in collegamento con le cosche mafiose e non ho mai raccolto soldi per conto di Sucato". (Agi e Ansa - foto di Giuseppe Lomonaco)

lunedì 30 marzo 2009

La Città Morente

Sono silenzioso da un po'. E' perché sono a Palermo a tenere un corso di scrittura creativa agli studenti del mio ex liceo, l'Umberto I. Sarei tentato di dilungarmi su quale soddisfazione è tornare nella propria scuola... da insegnante. Ma c'è un altro argomento che ha monopolizzato la conversazione con i tanti amici che ho ritrovato: lo stato di questa città.
Chi mi legge sa quanta eco ci sia di Palermo in quello che scrivo. E chi mi conosce sa quanto sia complesso il mio rapporto con questa realtà. C'è stato chi mi ha accusato di aver scelto di andar via invece che raccogliere la sfida a restare e chi mi ha detto che ho fatto l'unica cosa giusta. E ogni volta che sono tornato mi sono domandato come sarebbero state le cose se fossi rimasto. E l'ho sempre fatto con una punta di malinconia.
Questa volta però quella malinconia non l'ho vissuta, perché ho trovato una città morente.
Non potete immaginare quanto mi addolori dirlo, ma è questo che ho visto. Quando sono qui preferisco camminare invece che prendere l'auto o la Vespa di mia sorella. Cammino in lungo e in largo, dal Massimo a oltre la Circonvallazione; da via Dante a Piazza Marina. E mai come questa volta ho visto una città abbandonata a se stessa, preda di quella sindrome da escalation dello sfacelo in cui i palermitani - ma, come diceva Freud, i siciliani in genere - sono maestri nel precipitare.
Sporca, innanzitutto. Una città che ha più Lsu di qualunque altro posto del globo terracqueo non riesce a tenersi pulita. Sono stato di recente a Città del Messico che ha più abitanti, più caos e più problemi di Palermo, ma le vie del centro erano immacolate. Perché questo a Palermo non è possibile? Dove sono gli spazzini? Perché i marciapiedi - persino quelli del 'salotto buono' della città - sono mitragliati di escrementi?
Chi è quel grandissimo cornuto che fa cacare il cane sul marciapiede e poi non pulisce?
Finito lo slalom, attraversata la strada sulle strisce con strema cura perché qui le auto non si fermano neppure davanti a una mamma con passeggino, penso che in fondo sono il solito esagerato. Che i veri problemi in una città come Palermo non sono certo i marciapiedi sporchi, le auto in tripla fila, il clacson suonato alle tre di notte, l'indolenza degli impiegati negli uffici pubblici, il delirio del trasporto pubblico.
No, i problemi veri non sono questi. E Roma, del resto, è un gran casino, quindi non si capisce bene cosa ho da lamentarmi.
Ma non c'è niente da fare: quel senso di malinconia non torna e si fa più amara la pena per la Città Morente .

giovedì 29 gennaio 2009

Ma questo Obama?

In redazione ne parliamo poco. Per scaramanzia, forse, perché due guerre in otto anni - e neppure finite - sono più che sufficienti. O forse perché siamo ancora impegnati a cercare una sola cosa buona per la quale George W. Bush meriti di essere ricordato. Fatto sta che di cosa dobbiamo aspettarci da Barack Obama, quasi non ne parliamo.
Ma fuori dalla redazione le cose cambiano. Quando mi capita di dire che mi occupo di politica estera, c'è sempre qualcuno che mi chiede "Ma questo Obama?". E' una domanda che me ne ricorda molto un'altra, che sentivo ripetere ogni volta che uscivo con un mio amico che a Palermo un volto piuttosto noto della tv. Ovunque andassimo - al bar, al ristorante, in edicola o in un locale - c'era sempre qualcuno che lo riconosceva e gli chiedeva "Ma questo Palermo?". Credendo così di interpellare una specie di oracolo calcistico in un'epoca in cui i RosaNero la serie A la vedevano solo in televisione. Ogni volta il mio amico rispondeva con un saggio "ora vediamo" che significava tutto e niente, per la semplice ragione che si occupava di cronaca nera e non di sport e che del Palermo Calcio non ne capiva un accidente.
Ora io non sono Sergio Romano, ma una mia idea su Obama me la sono fatta. Ed è composta da un sano mix di speranza, ottimismo, scetticismo e curiosità. Lo stesso mix sintetizzato a meraviglia da questa vignetta pubblicata dall'Herald Tribune il 27 gennaio. Per chi mastica poco l'inglese, c'è un Bush in divisa da poliziotto e armato di nodoso randello che lascia una stanza dopo aver pestato per bene il Mondo. Vedendo entrare un altro agente - Obama - il Mondo dice "quindi tu dovresti essere il poliziotto buono".
Ecco, è più o meno quello che penso anch'io.


sabato 24 maggio 2008

Palermo non mi delude mai!

Chi non c'era non sa cosa si è perso! La presentazione a Palermo è stata esilarante grazie alla straordinaria verve di Andrea Vecchio e a Roberto Alajmo che - da grande conoscitore dei palermitani - ha saputo porre l'accento su quei temi de 'Il Corruttore' che più da vicino toccano questa città.
Devo ammettere che ogni volta temo l'effetto soporifero della critica militante e la prospettiva che qualcuno si lasci sfuggire qualche parola di troppo sulla conclusione della storia. Ma a Palermo - come a Roma e a Torino, del resto - di sicuro nessuno si è annoiato. Avevo conosciuto Andrea Vecchio durante la presentazione della raccolta di racconti 'La Scelta' e mi aveva meravigliato la sua capacità di rendere comprensibili - quasi tangibili - le ragioni di chi dice 'no' alla mafia, alla corruzione e al malaffare. Mi aveva colpito, soprattutto, il suo disincanto nei confronti delle associazioni antiracket che nascono come i funghi, ma che spesso approdano a poco. Ero sicuro che, incapace com'è di cavalcare la retorica dell'antimafia, avrebbe finito per dire come stanno le cose, senza tanti giri di parole. Sull'etica del denaro, ad esempio. La sua teoria è cristallina: esiste il denaro etico guadagnato con il sudore della fronte e con i sacrifici, ed esiste il denaro non etico, ottenuto senza grandi difficoltà con i traffici e gli intrallazzi. Chi ha in tasca denaro etico non può accettare di buon grado di darlo "al primo fissa che si presenta" solo perché minaccia ritorsioni. Nessuna eroica nobiltà, quindi, dietro la scelta di Vecchio di dire 'no'; ma la semplice, sana e contagiosa incazzatura di chi si è fatto da sé in modo onesto e non vuole che siano i disonesti a godere della sua fortuna.
Con Roberto Alajmo, poi, abbiamo discusso di una scoperta che abbiamo fatto io leggendo il suo 'Mossa del matto affogato'; lui 'Il Corruttore': abbiamo raccontato storie parallele. "Ci sono storie che sono nell'aria e che hanno bisogno di essere raccontate" ha detto Roberto. Per questo ci siamo trovati sulla punta delle dita personaggi così simili: io con il mio Vittorio Tanlongo che è così convinto di conoscere i segreti della natura umana da considerarsi inattaccabile e Roberto il suo Giovanni che incarna il cialtrone tipo, convinto riuscire a sfuggire in eterno a chi lo chiama a chiedere conto delle sue azioni.
E poi la Kalhesa! E' un posto magico per parlare di libri. Anche se un po' d'olio nelle cerniere delle porte non guasterebbe...