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martedì 28 luglio 2015

Da genitori mediocri a pessimi nonni


Vecchi che rapinano i casinò; vecchi che ingaggiano guerre contro i giovani, vecchi che fanno cose fighe che i giovani non hanno voglia di fare. Vecchi, insomma,  incapaci di fare i vecchi. E non solo: giovani scrittori che legittimano e anzi trovano divertente che i nonni non si comportino da nonni, ma da pischelli. Che, per dirla con Paolo Di Paolo, “mentre i ragazzi si perdono nell’ansia, nell’ignavia, nella sdraiataggine, scoprono il il lato ‘figo’ della vita”. Ecco, tutto questo a me fa orrore. E, sia chiaro, non mi fa orrore la vecchiaia, ma quello che i vecchi si ostinano a non voler diventare. Mi fa orrore che si sia perso il senso profondo della vecchiaia che, fino a un certo punto della storia dell’umanità, è stato diventare la guida delle generazioni successive. 
 Un significato che di recente è stato – temo volontariamente – frainteso e deviato a uso e consumo di una generazione che non si sente adeguata a fare da consigliori, ma si ostina a fungere da leader. Non serve essere laureati in antropologia per sapere che in qualunque villaggio di qualunque civiltà il nucleo centrale era costituito dal consiglio degli anziani la cui funzione non era di guidare la comunità, ma di consigliarne i leader, solitamente giovani nel pieno delle proprie forze. Ora ci troviamo con una generazione di vecchi che cerca disperatamente le forze che non ha più, ma si guarda bene dal dispensare quei consigli che servono a una generazione di giovani leader. Nell’ultimo numero di TTL, Paolo Di Paolo passa in rassegna una serie di titoli che parlano di vecchi incapaci di fare i vecchi. 

Alcuni autori – come Lidia Ravera – appartengono a quella generazione che si avvia a una vecchiaia alla quale non ha alcuna intenzione di rassegnarsi e altri sono giovani o giovanissimi scrittori che si esaltano all’idea di far vivere a incongrui vecchietti imprese che non a caso Ron Howard confinava nella fantascienza di ‘Cocoon’. Ecco, lo ripeto, tutto questo mi fa orrore. E credo che nell’inconscio faccia orrore a tutti, perché non uno dei titoli citati mi sembra in classifica né candidato a vederla con il cannocchiale, mentre – a ben vedere – tra i libri che hanno associato in modo vincente il binomio vendite/vecchietti c’è quel ‘Va’ dove ti porta il cuore’ che, pur nella sua banalità, collocava i nonni nel luogo esatto in cui dovrebbero essere: al fianco dei nipoti e non davanti a loro, a oscurare il sole e ostacolare il cammino. E sbaglia Paolo Di Paolo quando vede nel ’Centenario che saltò dalla finestra’ l’antesignano dei titoli dedicati alle improbabili imprese di mirabolanti vecchietti, perché quel libro è tutto tranne che un racconto sulla vecchiaia. E’, semmai, una spietata presa in giro del Novecento e dei suoi orrori. 

Nei titoli citati da Di Paolo non c’è tanto la voglia – condivisibilissima - di sentirsi vivi anche nella terza età, quanto il disperato tentativo di legittimare l’inadeguatezza di una generazione che si è scoperta prima incapace di edificare sulle macerie di un sistema che aveva tentato di abbattere, poi di costruire un modello di sviluppo e alternativo a quello capitalistico e infine di crescere figli ai quali un giorno lasciare la guida e ai quali offrirsi come sherpa. Incapaci di invecchiare, insomma, non tanto per la paura della morte, quanto per quella di perdere la poltrona, la seggiola o lo strapuntino per il quale hanno rinunciato ai sogni e agli ideali di gioventù. E Dio non voglia che gli ‘sdraiati’ scoprano qual è il destino di questi gagliardi vecchietti: essere pessimi nonni dopo essere stati genitori mediocri.


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